Le ragazze sarde del 1946: «Un grande giorno di libertà»
Il ricordo delle protagoniste di una svolta storica in un piccolo paese ogliastrino «Il parroco voleva che votassimo per la Monarchia, ma noi dicemmo no»
PERDASDEFOGU. Sono felici le ragazze del ’46 mentre si tuffano nelle cronache di settant’anni fa. Quello storico 2 giugno Francesca Sirigu aveva 25 anni. Era andata a votare nell’acropoli di “Piss’e taccu”, scuole elementari. Carabinieri davanti ai seggi. Grandi manifesti in bianco e nero alle pareti degli anditi. Era il primo voto politico dopo il buio del fascismo. Addirittura il primo voto alle donne. Nella sua casa del rione “Sa muragessa” ricorda: «Era venuto il sardista Anselmo Contu, avvocato di Arzana. Nella piazza di chiesa – su una pietra usata come palco – aveva fatto una bella parlata, mi aveva convinto. Il mio fidanzato, Luigi Salis, prigioniero di guerra degli inglesi insieme a Peppino Loi, Orazio Lai e Mario Casu, era diventato come quasi tutti gli ex soldati un sardista sfegatato. Era stato lui a chiedermi di ascoltare il comizio. Ma non mi aveva detto come votare. Avevo fatto segno croce sulla Repubblica. Mi ero vestita a festa quel giorno, completo blu a lunette bianche, mamma Gerolama aveva acquistato la stoffa in un negozio a Jerzu. Erano povere ma eleganti anche le mie amiche, contente, ci sembrava la festa di settembre, ci sentivamo uguali ai maschi. E uguali ai ricchi e alle ricche, anche se gente col portafogli pieno non ce n'era. Dopo la messa cantata, tutte ai seggi». Francesca (leader tra le novantenni in un paese che ha il record mondiale della longevità familiare) ricorda: «Molto schierato per la Monarchia e poi per la Dc era il parroco, don Federico Mura. Una volta, davanti alla chiesa, pochi giorni prima del referendum, il sacerdote aveva avuto un battibecco con chi sarebbe diventato segretario sardista, Giovanni Spanu, poeta che non aveva peli sulla lingua: in chiesa non devi fare comizi, sei una marionetta, aveva urlato a don Mura. Spanu era stato salutato da un coro di bravo intonato da ragazze che avevamo assistito alla scena».
Era andata ai seggi col vestito della domenica anche Battistina Carta. «Il messo comunale, zio Antonio Lai noto Pittorra a casa aveva consegnato otto certificati elettorali. Mio padre, Salvatore, aveva detto: votate come volete. Neanche mamma Antonicca ci aveva imposto il voto. Né per il referendum né per le prime comunali, quando aveva trionfato la Libertas e sindaco divenne Antonicco Tegas. Ricordo le prediche di don Mura che diceva dall’altare: “Quando andate a votare state attente all’anima. L’anima era lo scudo crociato naturalmente. Noi di politica poco sapevamo però avevamo capito che finalmente contavamo quanto gli uomini. Eravamo giovani con tanta povertà, non avevamo né profumi né collane ma bellezza ne avevamo molta».
Non aveva potuto votare Carolina Mura nata nell’agosto 1925. «Mi mancavano 68 giorni al compimento dei 21 anni, ero triste come altre amiche, ci sarebbe piaciuto andare dentro i seggi con una matita che voleva dire democrazia. Invidiavamo quelle del voto. Ricordavamo l’8 settembre 1943 quando in paese si urlava “est'accabbada sa guerra, Mussolini non comanda più”. Radio non ce n’era. Le notizie arrivavano col telegrafo e passavano di bocca in bocca. Ma capivamo che era successo qualcosa di straordinario, vedevamo i capetti fascisti meno arroganti. La vittoria della Monarchia non ci aveva fatto perdere il coraggio. Finita la guerra, avevano anche capito quale inferno avevano conosciuto i nostri uomini».
Nasceva il femminismo, la consapevolezza di aver diritti. Un gruppo di donne aveva creato una sorta di sezione anonima partigiana voluta da un’antifascista confinata dalla Lucania, Caterina Lo Giudice. Al Duce che parlava a Potenza aveva urlato – come mamma Togni – un fortissimo «Noi stiamo morendo di fame». Dopo sevizie subite nel paese natale – Corleto – fu spedita per punizione prima a Torpè poi a Perdasdefogu, ancorpiù isolato, villaggio senza strade, senz’acqua e senza corrente elettrica, paese da “corno della forca”. Caterina faceva giocoforza vita ritirata, doveva firmare ogni sera in caserma, aveva creato un gruppo di donne con le quali – soprattutto – leggevano «libri che portavano i negozianti da Cagliari». Anche a Foghesu vinse la Monarchia ma quel gruppo clandestino di lettura era tutto pro-Repubblica. Caterina con Elena, Aurora e Teresa, Irene e Lavinia andavano a leggere – ricordano le novantenni – «sotto i lecci della fonte di sù». Scelsero tutte la Repubblica creando fans anche fra ragazzi.
Non ricorda «come andò» la vegliarda del paese, Claudia Melis, prossima ai 103. Vittorio Palmas, 102 anni compiuti a dicembre, sfuggito al lager di Bergen Belsen, ricorda che «il primo voto alle donne era stata una festa». Aveva scelto Repubblica Massima Pitzalis titolare della tabaccheria. E anche l’ostetrica Ida Naldini. Nata nel 1914 in provincia di Salerno, aveva studiato all’università di Bologna ed era giunta a Nuoro nel 1939, con trentun colleghe che dovevano diventare “levatrici condotte” nei paesi dove le nascite erano affidate a praticone. La Naldini, figlia di un ferroviere antifascista di Predappio, compagno di elementari di Mussolini, votò Repubblica «per accontentare mio marito sardista». Stravinse la Monarchia. Don Mura aveva ordinato ai chierichetti di suonare a stormo le campane di San Pietro.
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