La Nuova Sardegna

Repubblica e potenti, una storia tribale ancora da raccontare

di Sabrina Zedda
Repubblica e potenti, una storia tribale ancora da raccontare

Filippo Ceccarelli ha aperto “Leggendo metropolitano” «Berlusconi non era un premier ma un vero e proprio re»

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CAGLIARI. Quante persone sanno dell’inchiostro verde di Togliatti, il colore che il leader comunista usava ogniqualvolta si trovava a scrivere di cultura? Qualcuno si ricorda del bizzarro regalo con cui il boss Epaminonda omaggiò Bettino Craxi? Si trattava di un leone che il numero uno del Partito socialista italiano si portò dritto a casa, salvo, pochi giorni dopo, consegnarlo a uno zoo. Dei politici della nostra Italia è la loro umanità la grande sacrificata dai giornali e dalla storia. Un’importante opera di recupero in tal senso è arrivata l’altra sera, nella prima giornata del festival internazionale di letteratura “Leggendo metropolitano”, organizzato da Prohairesis.

Nell’incontro dal titolo “La storia tribale dei 70 anni della Repubblica italiana”, il giornalista di Repubblica Filippo Ceccarelli, noto per la sua penna pungente, ma anche per il suo imponente archivio sulla politica italiana, donato l’anno scorso alla Camera (si tratta di 18 armadi carichi di faldoni, messi in piedi in quarant’anni di lavoro), ha ricostruito la storia della prima, della seconda e (forse?) della terza Repubblica. Un lavoro fatto, gli piace dire, cercando di costruire un percorso non antropologico, ma tribale. «In tempi in cui non esiste un progetto politico, e il carattere è ciò che conta di più, ho pensato che questa operazione potesse servire per capire» ha detto Ceccarelli, romano, 61 anni, una carriera cominciata sin da giovanissimo passata, dice, «lavorando nelle retrovie più che alla scrivania». Completo scuro e camicia bianca, Ceccarelli parte dagli anni Settanta per catalogare, attraverso vizi, virtù, abitudini, e capricci i partiti e i loro dirigenti. «I democristiani che conoscevo erano in bianco e nero, senza corpi. O con corpi deformi – dice- Non erano molto attenti all’apparenza». In cambio però, il partito (come ebbe a dire lo stesso Cirino Pomicino, più volte ministro) era una “sorta di supermarket” e le sale d’aspetto dei potenti erano sempre piene. Anche nell’oggettistica Ceccarelli sa trovare i segni distintivi degli appartenenti allo scudo crociato: dal fazzoletto portato dritto nel taschino («per loro il tocco massimo») alla sciarpa bianca (ad inaugurarla fu Mario Segni), passando per l’enorme borsellone del ministro Costante Degan, sino alla pipa di Andreotti, che spesso veniva conservata accesa. Uno stile, quello democristiano, che bandiva i monumenti a favore dei «blocchetti dell’abusivismo, delle autostrade e della Rai, quest’ultima un monumento d’arroganza e di lungimiranza insieme».

La parabola si arresta il giorno dell’omicidio Moro. «Lì la Dc perde l’anima» dice Ceccarelli. Che, subito, ricorda anche un’altra morte: quella, durante un comizio a Padova nel 1984, di Enrico Berlinguer: «Sul palco di Padova finisce il partito con la P maiuscola- va avanti ancora il giornalista- Chi è rimasto è entrato nel salotto Angiolillo, luogo di mondanità e potere di Roma. Alcuni collaboratori di D’Alema hanno fatto la campagna elettorale della Santanché, altri hanno scritto i testi del Grande Fratello». Una deriva su cui nulla ha potuto neppure la svolta di Achille Occhetto: «Era già tardi- è l’analisi del giornalista di Repubblica-. Ora la Bolognina, luogo di ritrovo dei comunisti, è diventato un istituto estetico gestito da cinesi. La casa dove Gramsci ha vissuto a Torino è un albergo. Le Frattocchie, la scuola per dirigenti comunisti, è un residence. E alle Botteghe oscure c’è un’associazione di bancari». Anno dopo anno austerità e invito allo studio serio hanno lasciato il posto al rampantismo, facendo perdere alla politica la sua nobiltà, osserva ancora Ceccarelli.

Se i semi di tutto ciò sono stati gettati nella prima Repubblica, nella seconda si ha un ulteriore sviluppo con i “barbari”, che per il giornalista sono Umberto Bossi e gli uomini della Lega, e con Silvio Berlusconi. Quest’ultimo, è l’analisi fatta dal giornalista, non un presidente del Consiglio, ma un re per la sua capacità di essersi portato dietro cortigiani, cortigiane, ruffiani, cuoco, musicista e una sfilza di ville. Un’epopea, la sua, la cui coda è quella del cane Dudù. Di Renzi si può già parlare? «No» dice Ceccarelli, convinto com’è che questa non sia ancora storia, anche se è curioso notare come in alcuni filmati, da giovanissimo l’attuale presidente del Consiglio imitasse Berlusconi e avesse addirittura partecipato a un programma tv in una delle sue reti.

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