Il rigore e l’umanità di un grande maestro
Docente di Letteratura italiana e di Filologia sarda, presidente del Premio Ozieri: si è spento l’altroieri all’età di 88 anni
È morto l’altroieri all’età di 88 anni Nicola Tanda. Si è spento a Londra assistito dal figlio Ugo. Pubblichiamo un ricordo di Dino Manca, docente di Filologia della letteratura italiana all’Università di Sassari, che è stato allievo e collaboratore di Nicola Tanda.
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di DINO MANCA
Conobbi Nicola Tanda a Sassari nella primavera del 1993. Arrivavo da Cagliari, lì dove mi ero laureato, per frequentare un corso di perfezionamento in “Filologia e Cultura Sarda” presso l’istituto di Filologia moderna. Della sua figura ricordo nitidamente i contorni, il suo incedere lento e misurato, la dissimulazione sorniona nel presentarsi, il sorriso accennato, lo sguardo indagatore e severo che preconizzava cose importanti. Compresi quell’esordio, quell’entrata di scena (nell’aula “Cadoni” e nella mia vita), solo qualche anno dopo. Faceva parte della sua teatralità, della sua retorica, della sua studiata e sperimentata didassi. Il controllo dello spazio, il linguaggio del corpo, la modulazione della voce, il timbro, le flessioni come cifra di uno stile, secondo la regola del climax ascendente: «allacciate le cinture di sicurezza», sibilò prima di iniziare la lezione. Così ci preparava all’ascesa, al decollo conoscitivo ed emotivo. Con queste parole impegnava nella relazione didattica tutto il suo desiderio di trasmettere amore per il sapere. La provocazione intellettuale è una delle chiavi di accesso al pensiero critico e alla conoscenza. Lui lo sapeva fare. Aveva l'esperienza, gli strumenti e la cultura per farlo.
Mi colpì da subito la sua intelligenza irrequieta, tormentata, insofferente, visionaria. Mi colpì soprattutto la straordinaria umanità che si nascondeva dietro quella parola educante che si faceva faticosamente corpo. Da allora decisi di seguirlo, come si segue un maestro. Una sera, durante una delle tante conversazioni, mi confessò di sentirsi come un «critico letterario di base dell’azienda letteraria locale». Quell’autodefinizione, oltremodo calzante, trovò la mia adesione immediata e entusiastica. Andammo oltre. Parlammo di Gramsci, del critico militante, della formazione e dell’impegno civile e politico degli intellettuali sardi. L’intellettuale può pretendere di rappresentare il popolo solo quando il rapporto è fondato su un’adesione organica in cui il sentimento-passione diventa comprensione quindi sapere. Per Tanda il popolo era il popolo sardo e l’intellettuale doveva essere funzionale al territorio e non al partito. Anche per questo l’ho sempre considerato l’ultimo vero intellettuale, in senso gramsciano, della nostra isola. Per il suo essere stato critico militante, per il suo essere stato in sintonia con la gente (sapeva parlare con tutti, in italiano e in sorsense), ma soprattutto per essere riuscito a porre al centro della sua rielaborazione la questione culturale.
La funzione politica della cultura, come azione concreta nella società e come motore della storia, non risiede nella propaganda ma nell’educazione. Per questa fondamentale ragione l'istruzione, secondo Tanda, riveste un ruolo centrale. Occorre puntare su una scuola istruttiva, ma soprattutto formativa della personalità. L’allievo non è un recipiente da riempire . Ma partecipa attivamente al processo educativo solo se la scuola non risulta essere separata dalla vita. E così concepiva l’insegnamento della letteratura. La letteratura è «sapere della vita», diceva, e non di rado aggiungeva: «Non c’è momento della mia esistenza in cui non abbia trovato un verso di Dante».
Tanda è riuscito a coniugare tutto questo. Diffidava dell’intellettualismo etico e credeva invece nell’autenticità della sabidorìa popolare, del sapere antropologico-religioso. A tal riguardo citava spesso Saramago («l’uomo più saggio che io abbia conosciuto non sapeva né leggere né scrivere»). Da qui nasce l’amore smisurato per la Sardegna, per la sua gente, per i suoi artisti. La conoscenza inizia «dalla soglia di casa», insegnava, e non esiste comunicazione senza contesto, così come non esiste metodo educativo al di fuori delle coordinate ambientali. Una scuola avulsa dal contesto in cui opera viene meno a uno dei suoi compiti prioritari. Ancor di più ciò vale in una regione come la Sardegna, peculiare e complessa, antropologicamente connotata, con proprie lingue, propri saperi, proprie leggi e proprie consuetudini difficilmente traducibili attraverso codici e sistemi segnici d’inappartenenza.
Dentro un tale orizzonte di senso va compresa l’intensissima opera intellettuale e umana di questo illustre figlio di Sorso (il suo «borgo natìo», il suo universale concreto): l’antologia “Narratori di Sardegna” (scritta con Giuseppe Dessì), il Premio Ozieri (fu presidente a partire dagli anni '80), il Centro di Studi Filologici Sardi (fondatore e presidente), il PEN club (ossia, il sistema sardo dentro l’Europa dei popoli e delle diversità), la grande battaglia in difesa della lingua sarda.
«Il vento si leva, bisogna tentare di vivere»: questa era la sfida di un grande poeta simbolista, Paul Valéry, che il nostro tempo dovrebbe raccogliere. Nicola Tanda lascia un vuoto per me incolmabile e per tutti un’eredità intellettuale e umana inestimabile.
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