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Shintoismo, una chiave per capire il Giappone

Shintoismo, una chiave per capire il Giappone

Paolo Puddinu parla della religione e della cultura del Paese in cui si è appena svolto il vertice G7

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SASSARI. Nei giorni scorsi gli occhi del pianeta sono stati puntati sul Giappone. Il Paese del Sol Levante ha ospitato il G7, il vertice con i leader delle potenze mondiali che questa volta si sono riuniti a Ise. Un luogo scelto sicuramente, come accade in questi casi, perché adatto a garantire un alto livello di sicurezza, ma anche per il suo grande valore simbolico. Il tempio di Ise è infatti la culla dello shintoismo, religione che presenta caratteristiche di tipo animista e politeista non facili da descrivere.

Paolo Puddinu, profondo conoscitore del Giappone, le ha studiate nei dettagli. Docente di Storia e istituzioni dell’Asia all'Università di Sassari, qualche anno fa ha anche scritto un libro dedicato a questa religione (“Shintoismo”, Editrice Queriniana) dove racconta le origini e la storia di un culto esclusivamente nipponico: «Per essere shintoista devi essere giapponese – spiega subito Puddinu – Non c'è un tempio shintoista al di fuori del Giappone».

A proposito di templi, che significato ha quello di Ise?

«Ise è sicuramente il centro più importante della religione shintoista. Il tempio di Ise è quello in cui è racchiuso il culto della dea del sole, di Amaterasu-o-mi-kami da cui discendono tutte le cose. E avendo fondamento divino, sono tutte sacre. Dagli alberi ai fiori, dai fiumi ai ciottoli. Esseri animati e inanimati. L'uomo è fratello di qualsiasi cosa e questo comporta un forte rispetto della natura».

Ma come si coniuga questo rapporto stretto con la natura con la spinta al progresso tecnologico così presente nel Paese?

«La tecnologia per i giapponesi non è altro che l'evoluzione della natura. Ecco perché viene accettata e sono riusciti a uscire da una situazione di impasse nella quale sono rimasti invece i cinesi confuciani che hanno nell'idea di un ritorno al passato, in cui gli uomini vivevano in una sorta di paradiso, un aspetto importante della dottrina. Nello shintoismo si pensa alla natura in movimento, che ogni anno va avanti, si risveglia, produce. Il discorso tecnologico si sposa con questa idea di continuo divenire».

Lo shintoismo influisce anche nella vita di tutti i giorni dei giapponesi?

«Sì, basta pensare alla pulizia. Per esempio si tolgono sempre le scarpe quando entrano in casa perché possono aver toccato qualsiasi impurità e non puoi portarla dentro. Questo rientra nell'idea shintoista: nei templi c'è sempre una fontana, non solo per dissetarsi. Si prende l'acqua per metterla sulle labbra, per pulire gli ingressi delle impurità. Inoltre c'è il braciere dell'incenso simbolo della purificazione del corpo prima di entrare in un'area sacra, tra l'altro solitamente protetta da statue spaventose che con la loro bruttezza devono impaurire gli spiriti maligni. Statue situate nella zona dei tradizionali portali d'ingresso chiamati torii».

Dietro la scelta di portare il G7 a Ise si può vedere anche una mossa politica del governo conservatore di Abe?

«Credo di sì. Ise è il fulcro del passato, il simbolo di tutto il potere del Giappone perché là risiede Amaterasu che è la divinità progenitrice della casa imperiale giapponese».

E lo shintoismo fu anche religione di Stato per un periodo, un passato connotato da un forte nazionalismo.

«Nella seconda metà dell'Ottocento arrivarono gli americani con le loro navi imponendo l'apertura del Paese, crollò lo shogunato dei Tokugawa che deteneva il potere da oltre due secoli e c'era il bisogno di trovare una figura intorno alla quale coalizzare il Paese schiacciato dalle grandi potenze occidentali che avevano colonizzato un po' tutta l'Asia. Quella figura fu trovata nell'imperatore che era stato tenuto in disparte dalla famiglia Tokugawa. E per quello venne creato anche lo shintoismo di Stato che diceva tutto dipendeva dall'imperatore. Ma c'era sempre lo shintoismo naturale, quello delle persone, che c'è ancora oggi. Della madre di famiglia che regolarmente mette nel suo sacello un po' di riso o di pesce per i parenti morti».

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