Quando Antonio Chessa disse no a un magnate
La nipote Vanna ha deciso di proseguire l’avventura: «Quel locale per mio zio era come un figlio»
SASSARI. Un affare, anzi un amore di famiglia. Antonio Chessa non ha avuto figli e considerava il Mulassano come il suo mondo e il suo figlio. Vanna Chessa, affermato medico, non ha saputo resistere alla tentazione e ha voluto proseguire («anche con un po’ di incoscienza») l’avventura dello zio che in quarant’anni era riuscito a conquistare l’affetto e il rispetto della città più nobile d’Italia.
E Antonio Chessa, nel ricordo della nipote, era uno che non si risparmiava: «Aveva deciso di emigrare perché l’alternativa sarebbe stata lavorare in campagna – racconta Vanna Chessa – e si era così arruolato nel carabinieri. Uno dei suoi compiti principali era quello di fare i controlli nei casinò del territorio e non era un lavoro molto semplice, anzi, era piuttosto faticoso e a un certo punto ha deciso di cambiare. Era innamorato di quel bar, che pure portava i segni del periodo, era dismesso ed essendo anzi uno dei luoghi simbolo della nobiltà sabauda veniva spesso preso di mira dai contestatori. Aveva anche una grande manualità e una volta rilevato il locale ha restaurato di persona gli arredi, con grande pazienza». E non l’ha mai voluto cedere nonostante le offerte non gli mancassero: «La particolarità del bar è che in qualunque momento tutto può essere smontato, portato via e rimontato pari pari in un altro locale» aggiunge Bastianino Pisanu, marito di Vanna, di professione architetto. Un altro che non è rimasto immune dal fascino discreto di un locale che aveva conosciuto a ammirato in tempi non sospetti: «Ho studiato a Torino – dice con un sorriso – e quando passavo sotto i portici lo ammiravo, ma dovevo tenermi lontano perché ero uno studente squattrinato». Gli arredi smontabili un giorno solleticarono gli appetiti di un ricco uomo d’affari giapponese, che mandò in avanscoperta un emissario per intavolare una trattativa. Antonio Chessa non volle nemmeno cominciare a parlare, anche quando il manager rilanciò: «Possiamo farle cambiare idea – fu il discorso –, lei deve solo dirci quanto vuole e noi stacchiamo l’assegno». La risposta non lasciò adito a dubbi: «Venite qui quando volete a prendere il caffè e a chiacchierare, ma non parliamo più di vendere».
A gestire materialmente il bar nella quotidianità è una coppia pugliese: Ruggero Cristiano e Angela Amoruso. E anche Ruggero Cristiano per anni ha guardato da lontano il Mulassano. Lavorava in un bar di via Po e passava sempre sotto i portici di Piazza Castello sognando di poter, un giorno, lavorare in quei trentuno metri quadri carichi di storia e nobiltà. Immaginatevi la felicità quando Antonio Chessa, già in cattive condizioni di salute, gli affidò la gestione. E anche lui non si staccherà mai dal suo piccolo mondo: «Probabilmente potrei guadagnare di più gestendo un bar in periferia – ha confessato una volta ai proprietari – ma non avrei mai le stesse soddisfazioni e la stessa felicità che mi dà stare qui ». Tocca a lui portare avanti la tradizione del tramezzino più famoso d’Italia, che prepara ogni giorno nel retrobottega utilizzando il pane speciale che un forno di Torino produce esclusivamente per il Caffè Mulassano.
Un bar che non conosce orari, apre alle sette di mattina e spesso tira fino alla mezzanotte. Un po’ per accontentare i clienti più assidui, un po’ per sfruttare il flusso della stagione degli spettacoli del Teatro Regio che dura quasi un anno. Il caffè al banco, tra l’altro, costa un euro e dieci centesimi come in tutta la città. Diverso invece se si vuole il servizio al tavolo (in tutto tre, più due all’esterno): come si suol dire, noblesse oblige. Anche nel conto.(r.s.)
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