«Gli attentati hanno radici sociali e culturali»

La ricerca curata da Antonietta Mazzette I dati in un saggio che arriva in libreria domani

Pubblichiamo uno stralcio dall’introduzione che i curatori Antonietta Mazzette e Daniele Pulino hanno scritto al volume “Gli attentati in Sardegna. Scena e retroscena della violenza” (12 pagine, 13 euro), che le Edizioni Cuec mandano in libreria da domani.

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Recentemente il fenomeno degli attentati ha assunto una nuova centralità politica e mediatica, a seguito di un insieme di avvenimenti intimidatori che hanno avuto come obiettivo alcuni sindaci. Gli ultimi fatti violenti hanno portato la Regione Sardegna e l’Anci a individuare politiche di intervento per contrastare tale fenomeno. Una delle proposte di cui si è fatto carico il ministero dell’Interno è stato quello di istituire un Osservatorio nazionale, la cui composizione è politico-istituzionale. Inoltre, l’Anci della Sardegna ha reso pubblico un documento con il quale avanza e sollecita i seguenti interventi: reti di sorveglianza; attività di intelligence; presidio territoriale delle forze dell’ordine; modifiche normative che prevedano un inasprimento delle pene dei reati contro gli amministratori locali. Non è nostro compito entrare nel merito né del ruolo dell’Osservatorio nazionale e neppure delle proposte avanzate dall’Anci. Come ricercatori abbiamo il compito di rendere pubblici i risultati dei nostri studi, ma siamo convinti che se un osservatorio ha compiti di ricerca, questi dovrebbero essere assolti in modo separato e indipendente dalla politica.

Ragioni di allarme. Il presente volume è frutto di anni di ricerche e lo intendiamo come un contributo alla discussione. Sentiamo, però, il dovere di evidenziare un elemento: il fenomeno degli attentati in Sardegna è ragione di allarme perché colpisce un ampio ventaglio di attori sociali, di cui gli amministratori sono solo una parte, seppure importante per il ruolo che ricoprono in termini di presidio democratico. Ogni intervento, perciò, non può essere limitato a sostenere esclusivamente gli amministratori locali, bensì l’intera società. (...)

Troppa impunità. Ci sono quattro fatti sociali che vanno tenuti insieme: 1. gli attentati in Sardegna sono da oltre trent’anni al di sopra della media nazionale, così come avviene nelle regioni dove prevale la criminalità organizzata di stampo mafioso; 2. gli autori di questi crimini rimangono nella maggioranza dei casi ignoti, per cui uno stesso individuo può essere tentato di reiterare l’atto di violenza verso la stessa persona e/o verso altri, visto che sono molte le possibilità che rimanga impunito; 3. in questi trent’anni persiste una scarsa (se non nulla) disponibilità delle comunità in cui avvengono gli attentati a collaborare con le istituzioni per debellare questo fenomeno; 4. i luoghi coinvolti più frequentemente e costantemente sono noti e, perciò, potrebbero essere monitorati e vagliati con cura.

Gli “spettatori”. Le ragioni per cui le comunità (gli spettatori) non intervengono possono essere di vario genere. Ad esempio, non hanno fiducia nelle istituzioni, proprio perciò si potrebbero sentire indifese ed esposte al rischio di ulteriori atti di violenza. D’altro canto, la sfiducia verso le istituzioni e le forze dell’ordine si alimenta per l’appunto dal fatto che gran parte degli autori di reati non vengono neppure individuati e, anche quando ciò avviene, il comune sentire dell’opinione pubblica è che il sistema penale sia inefficace, farraginoso e troppo lento. Le ragioni di questa “omertà” potrebbero essere dettate anche (ma ciò varrebbe soprattutto per le vittime) dalla speranza di sanare il conflitto con risorse private e al di fuori dell’attenzione pubblica. In tutti i casi, è sull’ambiente sociale e territoriale che va gettata luce perché tanto la vittima quanto l’autore ne fanno parte. (...)

La crisi non ha effetti. Non abbiamo colto un nesso esplicito tra il fenomeno degli attentati e il malessere sociale ed economico. Ciò non significa che esso non sia presente anche nelle aree più colpite dagli attentati ma, rispetto al resto dell’isola, queste non possono essere considerate le zone che versano in condizioni peggiori sotto il profilo economico. A nostro avviso, detto malessere, di per sé, non potrebbe essere utilizzato come una spiegazione di questa forma di violenza, anzitutto per ché il malessere è presente anche in altre parti della Sardegna che, però, si sottraggono ad un uso diffuso della violenza; in secondo luogo, perché il malessere non ha le stesse caratteristiche e la stessa intensità dappertutto(c’è per esempio una profonda differenza tra aree interne e aree costiere); in terzo luogo, perché se fosse dimostrata la meccanica relazione di causa-effetto (malessere-criminalità), avremmo registrato numeri di atti di violenza ben più significativi e avremmo anche potuto individuare le eventuali soluzioni.

Passaggio alla modernità. Ciò nonostante, dal 1983 in poi la persistenza del fenomeno degli attentati può essere dovuta a due macro fattori culturali e sociali: 1. un’attuazione debole del passaggio dal pre-moderno al moderno. Passaggio che comunque ha accelerato il processo di svuotamento dei tradizionali legami socio-economici e comunitari e che oggi sono ritornati in forme folcloristiche finalizzate ad attrarre turisti. Ciò perché alcune aree della Sardegna hanno riscontrato maggiori difficoltà nell’affrontare le tre importanti fratture rispetto al passato avvenute nell’isola in neppure 50 anni: a) la prima rappresentata dalla produzione industriale di base che è servita per sancire l’uscita dalla pre-modernità e l’entrata, seppure marginale, nei circuiti della modernizzazione; b) la seconda rappresentata dalla produzione culturale e dal turismo balneare che è stata vissuta come piena modernità; c) la terza rappresentata dalla “produzione” di consumo, intesa come complessa azione sociale e come flusso (di beni e di persone). Questa difficoltà si è tradotta nel fatto che sono scomparsi i contenuti riferiti ai legami tradizionali ma si è, spesso, mantenuto l’involucro formale. 2. Un’attenzione valoriale debole verso la diffusione delle armi da fuoco e la facilità con cui si accede agli esplosivi. Il possesso (per lo più illegale) delle armi non è considerato un disvalore.

Duplice debolezza. In questa duplice debolezza, strutturale e culturale, si collocano alcuni soggetti (numericamente minoritari) che pensano di poter agire come se forme primordiali di violenza fossero l’unica possibilità di esprimere potere, conflitto e legittimazione del Sé. Ciò che emerge è che persiste un contesto culturale di violenza da considerare come fatto sociologico e non psichico, questo sì di natura emergenziale.

© EDIZIONI CUEC, CAGLIARI, 2016

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