La Nuova Sardegna

Il ritorno di Némus Omicidio a Telévras

Il ritorno di Némus Omicidio a Telévras

Da oggi in libreria “I bambini sardi non piangono mai”

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Anticipiamo le prime pagine del nuovo romanzo di Gesuino Némus, “I bambini sardi non piangono mai” (Elliot, 191 pagine 17,50 euro), in libreria da oggi.

* * *

Quando spararono in faccia a Melchiorre Mossìle, nessuno pianse. Il silenzio, quella volta, non fu paura né, tantomeno, omertà: fu gioia. Contenuta, certo, e consumata nell’intimo delle case a ridosso del monte Troiscu, quelle di su Cuccuru, il cocuzzolo, per indicare la parte alta di Telévras. Furono i ragazzini che giocavano nelle grotte sotto la montagna a trovarlo. Corsero trafelati a casa propria e qualcuno si spinse fino al bar di Samuele Baccanti, che aveva preso il posto, alla mescita Cannonau&Basta di Telévras, di suo padre Tore, morto di cirrosi ad “appena” 83 anni. Ci fosse stata ancora la tenenza o un parroco in pianta stabile, di sicuro sarebbero andati ad avvertire le autorità; qualcuno andava comunque avvisato e i grandi avrebbero sicuramente chiamato i carabinieri della provincia, a Narghilè, o qualcuno che potesse fare qualcosa, almeno genericamente.

La genericità è ottima misura, almeno qui.

«Non ténidi prus sa conca, tottu xioppàda est» riuscì a dire, ansimando, il più coraggioso di loro, entrando nella taverna dei Baccanti.

«Coménti adéssi? Sensa conca?».

«Sensa, sensa. Parìada scurta, su cerbéddu apetóttu».

Non aveva più la testa, sembrava scoppiata, quella di Melchiorre Mossìle. Anzi, sembrava scurta, il cervello dappertutto, una pappetta indegna d’essere chiamata tale.

Rifocillarono il ragazzino coraggioso e decisero di andare a vedere. Ma con calma, con molta calma. Era settembre inoltrato, la luce era ancora buona fino alle otto di sera e per le strade del paese c’era animazione, visto che da lì a qualche giorno sarebbe cominciato il rito pagano della vendemmia.

Fu Samuele Baccanti a insinuare il dubbio.

«Si sa conca furìada scurta, coménti fais a nai ca est Melchiorri?».

Eh già. Se la testa era una composta di cotogne, come faceva a dire che era Melchiorre?

«De su fragu, Samue’».

Dall’odore, certo. Non quello di cadavere, ma quello corporale. Era proprio l’odore pestilenziale a renderlo l’eroe negativo di quell’enclave, se non bastavano le sue presunte malefatte. Non s’era mai lavato e lo ribadiva con orgoglio ogni volta che qualche sagra della pecora o del cannonau lo portava in paese a vedere “l’orchestrina”, come la chiamava lui. Poteva avere sui 65, forse qualcosa in più, e nessuno ricordava d’averlo mai visto rasato, senza berritta o cambàles in cuoio grezzo. Melchiorre, infatti, era un pastore-allevatore con la spiccata tendenza a incrementare il proprio parco animali con ritrovamenti “casuali”. Ma queste erano voci, visto che, a quel che si diceva, aveva l’astuzia di macellarli subito e venderli ad acquirenti che, guarda caso, mai avrebbero sospettato l’illecita provenienza. Insomma, l’incauto acquisto: l’unico reato al quale non credono più neanche quelli fuori corso da dieci anni a Giurisprudenza.

«Parìa’ nàxiu oicci. ».

Fino a che trattava pecore, la puzza era, a detta dei clienti della taverna, anche sopportabile. Insomma, ci si faceva l’abitudine. Ma poi prese ad allevare anche maiali e divenne inavvicinabile persino per Bastianu “Kenenàsu”, senza naso, appunto, da quando ebbe, ragazzino, la sciagurata idea di stare dietro al posteriore di un cavallo, per di più in calore, e una zoccolata gli asportò mezza faccia, narici comprese. Come facesse a sentire il lezzo di Melchiorre, non lo spiegò mai, ma riusciva davvero a percepirlo anche a distanza. Quando Melchiorre arrivava, infatti, era il primo ad alzarsi dal tavolino della taverna dove giocava interminabili partite a pinella, anche senza vederlo. E tutti dietro a ruota, ma con delicatezza, ché Melchiorre era pur sempre un soggettino particolare e non andava scontriato, almeno non spudoratamente. Bastianu Kenenàsu, l’uomo senza narici, salvava tutti e, quando Melchiorre entrava per chiedere una tassixedda ’e binu, che non era una nuova piccola tassa sulle bevande ma un piccolo bicchiere di vino, trovava molti dei clienti già fuori dalla porta, con la scusa di fumare il sigaro tra una partita e l’altra.

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