Le metamorfosi di Ervas-Kafka
La trasformazione di un giovane e brillante studioso in un enigmatico essere fantasmatico
LUCIANO MARROCU. Entriamo subito nel vivo del caso, perché è un caso criminale che intendo raccontare, e forse interpretarlo, come sarebbe d'obbligo per un filosofo morale quale dovrei essere. Detto tra noi, considero l'interpretazione di questo caso criminale – il caso Ervas lo chiameremo per ora – come la mia tesi di dottorato. Quella originale, che discussi diversi anni fa, riguardava la dialettica tra vita etica e vita estetica in Kierkegaard. Soddisfece i commissari, non me che sapevo su quali materiali scadenti fosse confezionata.
Ci potevamo considerare amici io e Ervas, per quanto una delle sue occupazioni preferite fosse denigrarmi. Cosa che faceva con studenti e bidelli e in generale con la bassa forza – borsisti, assegnisti, dottorandi – mai però con i colleghi più in alto in grado, forse un segno di lealtà nei miei confronti. Nelle mani di Ervas, la denigrazione si elevava a performance artistica. La sottigliezza, il rigore filologico, la creatività che avevano difficoltà a emergere nelle rare pagine che consegnava a qualche rivista di filosofia si concentravano tutte nel disvelamento della vuotezza e scarsa originalità dei miei saggi. Ciò che era sfuggito agli editor di Harvard University Press, o ai redattori di “Radical Philosophy” non sfuggiva a Palmiro Ervas.
Non è vero però che, come Ervas sosteneva, mirassi al successo accademico. Guardavo più basso. Puntavo ad essere riconosciuto come uno degli happy few. Volevo con tutte le mie forze che nei ristoranti di cui ero un habituè, da Pommidoro a San Lorenzo ad esempio, risuonasse a raffica, al mio ingresso, il mellifluo “Buona sera, professore” di camerieri, cuochi, gestori, cassiere, persino degli avvinazzati che facevano colore in fondo alla sala. C’era poi il piacere impagabile di riempire le attese in aeroporto socializzando con qualche attore. Provavo un brivido ogni volta che Carlo Verdone incontrandomi ad una festa mi gratificava con l’usuale «Che se dice professo’?». Ma era la mia invidiabile intimità con l’autentica élite culturale romana a darmi ogni volta un brivido. Nomi che al grande pubblico non dicono nulla ma che tra i miei colleghi fanno ancora impressione. Ho imparato col tempo che esiste una più sottile forma di snobismo, uno snobismo al quadrato, che consiste nell’ostentare la propria piccineria, la propria volgarità addirittura. Essere come tutti, ma soprattutto mostrarsi come tutti, rivela la cinica intelligenza delle cose che è la vera divisa dello snob.
Ciò che Ervas non mi perdonava erano i miei successi accademici: fu per lui un giorno di lutto quando vinsi il concorso a ordinario. Seguirono nei giorni successivi dosi particolarmente massicce di denigrazione. Io che pure solevo alternare in perfetta solitudine autoerotismo (modello Tolstoy) e autodenigrazione (modello Kafka) quella volta ci rimasi male. L’aspetto più grottesco di queste periodiche campagne contro di me è che le rivolgeva ad orecchie sbagliate, a persone cioè che non erano in grado di comprenderne la sottigliezza. Guastò una felice relazione, intrattenendo la sfortunata con la lettura di un mio noiosissimo saggio su Habermas.
Era una specialità di Ervas quella di farsi precedere dalla faccia: uno sta seduto nel suo studio e, nel riquadro della porta aperta, vede apparire il suo volto febbrile, chiedendosi dove abbia lasciato gambe e braccia e tutto il resto.
«Hai da fare?», dice la faccia di Ervas.
La faccia di Ervas assomiglia a quella di Kafka, con qualcosa di clawnesco però, che gli viene dalla bocca larga e dalle orecchie grandi e a punta. A figura intera ricorda ancora di più lo struggente autoritratto di Kafka, «la pertica dondolante» –nel suo caso una pertica sopra l’uno e novanta – in cima alla quale è malamente infilzato «un cranio coperto di capelli neri» e forse ancora di più l’ultimo Kafka che scatarrando nel suo letto di morte si chiedeva se a quel punto non meritasse il «Nobel per lo spurgo».
Per quanto possa apparire sconvolto, ogni tratto di Ervas, fisico o spirituale che sia, allontana dall’idea del tragico (così come dal sublime) ma si trattò di una circostanza tragica quella da cui fu travolto.
Per capire bene la storia bisogna iniziare dall’Ervas di quindici anni prima, diversissimo dall’Ervas dolente degli anni successivi, quando era ormai divenuto un lemure, un essere fantasmatico, vagamente intellegibile solo a me e Soddu e a pochissimi altri amanti del genere. Quando invece l’Ervas primigenio era stato un Ervas trionfante, l’Ervas Erectus giunto al vertice delle sue capacità evolutive. Solo Soddu, espertissimo in casi umani al confine tra realtà e fantasia, affacciò allora qualche dubbio sull’Ervas Erectus, abbozzando una previsione su quello che sarebbe poi successo. Comunque sia, l’Ervas di quei primi anni sapeva essere brillante senza essere lezioso, fiducioso nei suoi mezzi senza iattanza, convinto che la sua tesi di dottorato sul pathos della scelta in Kierkegaard gli avrebbe aperto le porte del successo senza per questo apparire un pallone gonfiato. Era un Ervas capace di comunicare con l’infinito. Un Ervas che dopo aver fatto a vent’anni il panchinaro di lusso in serie A nella Virtus Roma ancora giocava in quintetto base nel Fabriano.
Soprattutto era stato, l’Ervas di allora, capace di legare in un rapporto d’amore duraturo la bellissima, sfuggente, problematica, corteggiatissima Giulia Nascimbeni, un nome le cui assonanze più ovvie e le cui misteriose onomatopee le si adattavano perfettamente.
3. CONTINUA
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