La Nuova Sardegna

La little Italy di Londra travolta dalla Brexit

di Roberto Sanna
La little Italy di Londra travolta dalla Brexit

Enrico Franceschini il 30 ad Alghero per “Sulla terra leggeri”

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SASSARI. La Brexit ha colto di sorpresa anche lui «e infatti chiedo scusa, ma come me avevano puntato sul “remain” in tanti, compresi i bookmakers e James Cameron». Così Enrico Franceschini, corrispondente a Londra del quotidiano “La Repubblica”, rischia seriamente di dover aggiungere un nuovo, imprevisto capitolo al suo libro “Londra Italia”, che presenterà ad Alghero sabato 30 luglio in un appuntamento all’interno del festival “Sulla terra leggeri”. Nella capitale inglese vivono, bene integrati, mezzo milione di italiani, di fatto Londra è la quinta più grande “città italiana” nel mondo per numero di abitanti dopo Roma, Milano, Torino e Napoli. Una migrazione determinata dal fatto che Londra è sicuramente bella e soprattutto «ti fa trovare una società di grande flessibilità, che premia il merito e non la raccomandazione – aggiunge –. In questo momento storico bisogna capire se ci sia la possibilità di ricostruire questa storia d’amore oppure si debba virare verso nuove direzioni e farla diventare magari un rapporto di amicizia. O addirittura sia il caso di cercare un’altra storia».

Alla vigilia del voto non avrebbe mai pensato a un esito così traumatico?

«L’errore è stato non capire che Londra è una splendida isola circondata da una nazione che si è rivelata arretrata».

A Londra vive una comunità che trasportata in Italia sarebbe una delle più grandi città. Come è nata e si è sviluppata nel tempo?

«A prescindere da tutto quello che ho detto prima, da sempre gli italiani si possono dividere in due grandi tribù: gli anglomani e i francomani. E da alcuni decenni Londra è entrata maggiormente nelle corde degli italiani per diversi motivi, a cominciare dalla moda e dalla musica. E non solo questo: Londra si porta dietro un fascino esotico e familiare allo stesso tempo perché si fanno in modo differente alcune cose. Si guida a destra, per esempio, ci sono gli autobus a due piani. Nei pub poi si beve tanta birra ma chiudono presto rispetto ai nostri standard. Inoltre tutti, bene o male, ci siamo stati qualche volta più che in Francia. Magari un mese al college con la scusa di imparare l’inglese. Tra l’altro, l’inglese è diventata la lingua per eccellenza e tutti pensano di conoscerla, salvo poi ritrovarsi con risultati discutibili all’atto pratico».

Nel suo libro oltre a raccontare le storie di tanti italiani che a Londra vivono bene e si sono integrati ironizza un po’ anche su alcune categorie.

«Diciamo che si vedono cose particolari. Ci sono quelli, per esempio, che a un certo punto decidono di vestire totalmente inglese con risultati assolutamente comici. Poi ci sono quelli che cercano di imitare la flemma inglese e invece quando gli rubano il parcheggio, reagiscono immediatamente all’italiana e parte subito il “vaffa”, per non parlare di quelli che continuano a lamentarsi per il caffè. A parte il lato comico, resta una verità di fondo e cioè che questo mezzo milione di italiani si è ambientato alla grande e ha anche portato un contributo importante alla città, alla quale ha regalato un apporto di qualità che ha sicuramente migliorato questa metropoli».

Anche per questo la Brexit ha inferto un duro colpo alla città di Londra?

«La comunità italiana, come del resto le altre, ha arricchito questa città e non soltanto dal punto di vista puramente economico. Adesso qualcosa potrebbe cambiare in negativo, anche se sono sicuro che il governo italiano proteggerà nel modo migliore i nostri connazionali per quanto riguarda il permesso di soggiorno o le condizioni per prendere la cittadinanza. Resta l’incertezza per il futuro e i figli, insieme alla sensazione strisciante di sentirsi poco voluti. In più per quanto riguarda il lavoro, adesso si prospetta anche la possibilità di non avere accesso ai fondi europei e indubbiamente questo potrebbe spingere qualcuno ad andar via da Londra e dall’Inghilterra».

In tanti pensano che il disastro verrà limitato da una serie di accordi esterni, dove però l’Inghilterra si siederebbe al tavolo come parte debole.

«È possibile che succeda questo, credo che i britannici non vogliano perdere tutto. Del resto ci sono esempi di nazioni come la Svizzera e la Norvegia con le quali l’Europa convive tranquillamente, l’idea potrebbe essere costruire un rapporto simile grazie al quale non cambierebbe nulla a livello di scambi. Bisogna però vedere innanzitutto se al nuovo governo il modello Norvegia piacerebbe, inoltre non vorrei che l’Ue si facesse trascinare troppo dalla voglia di punire gli inglesi. Da un lato spero che gli inglesi in qualche modo ci ripensino, dall’altro è necessario che gli “europei” non esagerino perché bisogna sempre tener presente che la Gran Bretagna non è la Norvegia, è una delle prime potenze mondiali a livello militare ed economico. Insomma, sono ottimista sul fatto che, se non subito, almeno nei prossimi anni il voto della Brexit venga in qualche modo capovolto».

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