La Nuova Sardegna

Cristina Donadio, la Scianel di “Gomorra”

di Giandomenico Mele
Cristina Donadio, la Scianel di “Gomorra”

Intervista con l’attrice della serie tv, ospite della rassegna

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TAVOLARA. «Na pantera è bella assai ma nun conta nu cazz’, invece miezz’e iene a cumannà song ’e femmene». Cristina Donadio è a Tavolara, ma forse è il caso di dire che Scianel è a Tavolara. Il personaggio più dirompente della seconda stagione di “Gomorra”, fenomeno televisivo degli ultimi anni, vive di quella immedesimazione che crea nell’immaginario collettivo volti e caratteri destinati a rimanere impressi per sempre. Scianel è uno di questi. Una iena che non lascia scampo alle sue prede. Boss di camorra, il nome che nasce dalla passione per i profumi, da quel fiuto che le consente di vivere in mezzo alla violenza e per la violenza, occhi verdi magnetici, sigaretta sempre in bocca, giocatrice di poker e donna feroce. «L'orrore che emana ogni suo gesto è rivolto solo alla conquista del potere», spiega Cristina Donadio, 40 anni di teatro, attrice dalle mille sfaccettature, alla svolta però di una carriera con un personaggio scritto su di lei, uno di quelli che capita una volta nella vita. E certamente non a tutte le attrici.

Scianel sarà protagonista anche nella terza serie di Gomorra?

«Scianel è in carcere, tutti quelli che non sono morti sono pronti a tornare in campo. So che stanno scrivendo gli sceneggiatori e si baseranno su chi è rimasto. Ci sono mille scenari, ma Scianel è pronta a tornare. Sono quasi sicura che ci sarà nella terza serie e dunque è un personaggio che vivrà ancora a lungo».

Lei ha una lunga formazione teatrale alle spalle. Quanto un ruolo così forte può condizionare una carriera?

«Credo di avere la distanza di sicurezza da Scianel e da tutto quello che è il suo mondo. Non entrerà a gamba tesa nella mia vita, ma sarà al servizio del teatro. Farò Madamina in un testo dal titolo “Bordello di mare con città”, con personaggi scritti meravigliosamente bene. Tra Scianel e Scianel c’è anche il mio modo di essere attrice, cantare, recitare, raccontare. Scianel per me è stato un regalo, qualcosa che ti esalta, come Medea, un’eroina del male come nella tragedia greca».

Scianel è unica, ma non si rischia di farla diventare un cliché?

«C’era il rischio, sigaretta in bocca, frasi che sono entrate nell'immaginario collettivo. Sto girando un film con Stefano Incerti e stava cercando una ragazza per un ruolo femminile: su dodici provini, sette ragazze hanno chiesto di recitare Scianel. E io che stavo nascosta e mi son messa le mani tra i capelli guardando loro che dicevano "sai perché mi chiamano Scianel? Perché ne capisco assai di profumi».

Il tema del festival di quest'anno si incentra su ragazzi e ragazze di borgata. Figure un po' borderline. L'edizione giusta per Scianel e un rinascimento delle storie scritte per le donne?

«Le storie raccontate nel cinema nascono da storie scritte per il cinema. Per troppo tempo le donne sono state solo mogli, figlie o sorelle. Ora un’altra strada si è aperta. Scianel è l’orrore, non sono un simbolo. Nonostante questo le donne amano Scianel, vedono in lei una forza autonoma, post femminista, una che ha un obiettivo e non guarda in faccia nessuno per ottenerlo».

Cinema che racconta senza nessuna funzione educativa?

«Raccontare il male è sempre più affascinante, ma non condivido le polemiche. Se fosse così faremmo solo fiction su preti e musicisti. Ma qui c’è una televisione a pagamento e un cinema che racconta storie, poi ognuno si fa la propria morale, altrimenti avrà vissuto una storia interpretata, girata e scritta benissimo. Venduta in 150 Paesi in tutto il mondo».

Si trova qui al festival di Tavolara, dove il cinema sbarca su un’isola.

«Tavolara mi ha sempre sfiorato, ho fatto tanto cinema ma non ero mai riuscita a venirci. Lo conoscevo dai racconti di attori e registi. Mi sento bene. Sono una donna di mare. Scianel non poteva mancare».

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