Giulia, bombe ed Emily Dickinson
Gli anni da studentessa, poi il suo innamoramento per Ervas, miseramente naufragato a Parigi
LUCIANO MARROCU. Di Giulia posso parlare diffusamente, anche se non della Giulia dei tempi dell’Ervas trionfante, né di quella, successiva, moglie ( e ora vedova) di Caruso, ma dell’archeologia di Giulia, la Giulia ventenne di cui ero stato follemente innamorato. A Giulia piaceva rubare nei supermercati, ma ancora di più piaceva piazzare modeste cariche di esplosivo nelle saracinesche dei garage di magistrati e alti ufficiali scelti a caso, le bastava si dicesse di loro che fossero acclarati figli di puttana. Dopo l’attentato, la carriera delle vittime di Giulia aveva di solito un balzo in avanti e fu forse per questo motivo che a un certo punto smise. Io cercavo di non farmi coinvolgere, ma c’erano delle volte che subivo il ricatto e le facevo da palo. Dopo i botti passavamo il resto della notte a letto. Facevano l’amore e poi mi leggeva qualche pagina della sepolcrale Virginia Woolf o passi di Emily Dickinson, che era il suo idolo. Amava di lei la cura con cui custodiva la solitudine che la vita le aveva assegnato, la trasformazione delle quattro mura della sua stanza, la sua prigione in altre parole, nel regno della libertà. Accusava la filosofia morale di fuorviarmi. Perché non la smettevo di sputar sangue su quelle irrilevanti pagine della “Fenomenologia dello spirito” – compilavo diligentemente la mia tesi di laurea – e cercavo di armonizzarmi coi tempi e i colori della natura? Prendessi spunto dalle danze sessuali dei cigni del laghetto della Casina Valadier a Villa Borghese. Diceva che il mio unico anche se modesto talento riguardava la sfera sessuale e che a negare il proprio talento prima si rinsecchisce e poi si muore. Che cos’era questa storia che volevo diventare professore d’università?
«Io ti conosco» diceva Giulia. «Tu non sei nei tuoi panni. Tu fingi …»
«Balle» la interrompevo. «Sono quello che voglio essere»
«Non ti lascerò marcire, stanne certo».
Mi lasciò marcire, invece.
Giulia esplose nella vita di Ervas qualche anno dopo, quando tutti e due eravamo appena entrati in dipartimento, bassa forza pronta per tutti gli usi. Era lui il più brillante. Io nutrivo paure di ogni tipo, e la raggelante certezza che un giorno, come nella fiaba sui vestiti dell’imperatore, qualcuno avrebbe rivelato al mondo che Giacomo Sirigu, il sottoscritto cioè, era un bluff. Non sopportavo l’idea, dopo aver parlato a un convegno, di seguire gli interventi successivi. Mi assillava la paura di sentir denunciare l’inconsistenza delle mie fonti, l’impalpabilità dei miei argomenti, e persino la traduzione sbagliata di un qualche passo di Hegel. Queste le fantasie che nutrivo, mentre gli interventi si succedevano dalla tribuna degli oratori. Quanto ad Ervas, la sua figura allungata comunicava un pensoso turbamento che ben si addiceva ai temi che trattava. Un esperto, uno specialista, sicuro, misurato, preciso. Fu l’allure da giovane brillante studioso ad aprirgli il cuore di Giulia. Una Giulia, che nel frattempo si era già distanziata dal suo recente passato di romantica bombarola.
Per un po’ Ervas e Giulia sembrarono funzionare. L’errore fu di portarla a Parigi, con l'idea che lei potesse stargli a fianco nella sala studio della Biblioteque Nationale mentre preparava un volume su Diderot, che, va da sé, non sarebbe stato mai pubblicato. Giulia resistette due giorni alla Nationale a fianco di Ervas. Dal terzo in poi, andava a prenderlo alle otto di sera all’uscita della biblioteca, i primi giorni da sola, poi quasi sempre in compagnia di qualche sua scoperta.
Di uno di loro, posso parlare con competenza visto che si trattava del mio compagno di liceo Elettrio Multineddu, da tempo a Parigi alla ricerca delle fortune teatrali che la Cagliari buzzurra e incolta della sua gioventù gli aveva negato. L'amicizia tra me ed Elettrio era finita una sera che ero stato uno degli otto spettatori, al Salone Ferroviario, del suo esordio come autore teatrale in una rielaborazione del “Marat Sade”. Tutto era andato per il verso giusto sino a quando non si era aperto il sipario, sino a quando cioè Elettrio Multineddu era rimasto inespresso come autore. Poi c’erano stati alcuni minuti di un incomprensibile dialogo tra due personaggi di cui non era stato possibile accertare il sesso, e uno degli otto spettatori, in realtà una spettatrice, si era alzata in piedi rivelandosi Eliana Bachis, ex indispettita di Elettrio e appassionata femminista. Fu solo dopo qualche slogan della Bachis che i pochi spettatori in platea e i molti attori in scena (ed Elettrio dietro le quinte) compresero come si trattasse di una protesta contro il maschilismo dell’incolpevole anche se pervertito divino Marchese.
Qualche ora dopo, al Bum-Bum, un locale che allora frequentavo, cercavo di consolare Multineddu. «Elettrio», gli dissi, «la Bachis è una belva assettata di sangue, ti odia perché perché l’hai lasciata».
«La Bachis, è l'unica che capisca qualcosa di teatro».
«La cagnara non era per il tuo pezzo, ce l’aveva col povero Sade, la belva».
«Tu come l’hai trovato, come ti è sembrato...?»
«Che cosa?»
«Il mio testo».
«Non ne abbiamo sentito molto».
«Abbastanza però da dirmi se era brutto».
«Brutto non direi».
«Come diresti allora?»
"Deplorevole...» iniziai e chissà cosa altro avrei detto se non avessi visto arrivare, dritta e veloce verso il mio naso, la mano chiusa a pugno di Elettrio Multineddu. Dopo un po’ eravamo avvinghiati nel pavimento, con gli altri pochi avventori del Bum-Bum che seguivano compiaciuti l’inatteso spettacolo.
Da quella sera non l’avevo più rivisto ma quando Ervas mi raccontò degli incontri di Giulia a Parigi non ebbi difficoltà a immaginare come non solo l’occhio dostojeskiano ma anche la spettrale magrezza di Multineddu potessero attrarre Giulia. Si trattava solo di coglierla in quella fase, e Giulia era proprio in quella fase. Ce ne furono altri di tipi alla Multineddu ad intristire il soggiorno parigino di Ervas. Così che al ritorno a Roma, tutto era pronto perché Giulia veleggiasse, senza guardarsi indietro, verso nuovi lidi.
4. CONTINUA
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