La Nuova Sardegna

«I miei film raccontano l’Italia e i suoi guai»

di Giandomenico Mele

Il regista Paolo Genovese al Festival del cinema di Tavolara

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TAVOLARA. Commedia, non comicità. I padri nobili del cinema italiano non avevano telefonini, tecnologia, chat di whatsapp e social network. Raccontavano quella società. Ma raccontare è un’arte che non si esaurisce, anzi si rinnova nel tempo con l’evoluzione dei costumi. Basta saper scrivere, narrare, dirigere. Al festival del cinema di Tavolara arriva il prototipo della commedia del Terzo Millennio e Paolo Genovese ne é regista, autore, deus ex machina. “Perfetti sconosciuti” ha conquistato ieri il pubblico sull’isola di Tavolara, dopo aver mietuto successi di critica e aver incassato molto, secondo solo al fenomeno commerciale di Checco Zalone.

Genovese, a Tavolara si parla di periferie e ragazzi di borgata. Il suo film sembra anomalo rispetto al contesto, ma forse non più di tanto.

«La commedia è un genere frainteso. Ci si stupisce spesso che ci siano cose drammatiche o tragiche, ma la commedia è un insieme di generi dove convivono il riso, la tragedia, il sentimentalismo e l’emozione. Racconta realisticamente la vita, ma con ironia. Cito sempre due grandi esempi delle più grandi commedie italiane, che hanno una componente drammatica, ma potrei citarne cento: “La grande guerra” dove i due protagonisti alla fine del film muoiono, oppure un capolavoro come “Il sorpasso” dove il finale è tragico. Ma voglio parlare anche di una pellicola di straordinario successo come “Fantozzi”, che è un film tragico e non comico, perché si ride col retrogusto e la visione sociale che racconta un dramma. Lo fa prendendosi in giro, forse per alleviare le sofferenze di un’epoca».

Le commedie rappresentano ancora la chiave per interpretare la società?

«Ultimamente le commedie forse non sono state sempre in grado di rappresentare in modo abbastanza profondo la società, c’è stato un periodo in Italia di mancanza di buone commedie, a favore di un’altra categoria che tendeva a ripetere schemi predefiniti».

Dopo il Tribeca film festival, si parla di vari progetti per un remake del film in altri Paesi.

«Lo sappiamo e ne siamo orgogliosi. C’è stato un importante lavoro di scrittura, anche se alla fine questa è un’alchimia, quando scrivi non ti rendi conto se il film sia buono o meno, ti rendi conto se è un tema fertile perché ti vengono in mente idee, elabori situazioni e sei soddisfatto di quello che hai scritto. Poi devi aspettare l’uscita in sala. Questo film ha sorpreso tutti, avevamo la sensazione di aver fatto un buon film ma come tanti altri».

La sua precedente vita da pubblicitario la aiuta ad entrare in empatia col pubblico?

«Può essere, anche se si tratta di un altro punto di vista. Lavorando in pubblicità si fanno riunioni continue su concetti come target, gruppi di acquisto, insomma tutte analisi sociali da un’unica angolazione, però ti costringono a confrontarti con dei cambiamenti sociali. Ti fanno stare attento alla società e alle sue trasformazioni».

Dopo un successo di questo genere e in questo genere, quanta è la voglia di confrontarsi con argomenti diversi e quanto il pericolo di essere invece omologati?

«Ehhhh, già ci chiedono !Perfetti sconosciuti! 2 e 3, la serie... È proprio il male del cinema italiano. Quando qualcosa va bene, cercare di replicarlo nella sostanza, non nell’atteggiamento. Posso già dire che nella sostanza non farò assolutamente un film che neanche vagamente possa ricordare questo. Mentre è stato giusto l'atteggiamento: quello di rischiare, di cercare una storia nuova, di non stare a pensare troppo se potesse piacere o no al pubblico e di non farsi spaventare da alcuni limiti».

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