«La mia Gran Bretagna che vuole farsi male»
Hanif Kureishi sul palco del festival “Sulla terra leggeri”
ALGHERO. Hanif Kureishi è uno dei più celebri autori nel panorama contemporaneo anglosassone. Londinese, figlio di padre pakistano e madre inglese, è sceneggiatore, drammaturgo, narratore e saggista. Ha scritto, tra gli altri, romanzi di successo come “Il Budda delle periferie”, “Nell'intimità” (da cui è stato tratto il film “Intimacy” di Patrice Chéreau, Orso d’oro a Berlino) e “Il dono di Gabriel”. È stato ospite sabato del festival “Sulla terra leggeri” ad Alghero, dove lo abbiamo incontrato.
È venuto in Sardegna per raccontarci la sua Gran Bretagna, ma che rapporto ha con l’Italia e la cultura italiana?
«Ho una fidanzata italiana, frequento la sua famiglia e i suoi amici: non potrei essere più vicino di così all’Italia se non essere italiano. Ed è sempre un piacere essere qui. Non ho invece grande familiarità con gli scrittori contemporanei italiani, ma mi piace molto il cinema. Sono cresciuto guardando il cinema italiano. In Inghilterra, soprattutto a Londra, negli anni Sessanta e Settanta proprio quel cinema ha avuto una grande influenza sulla nascita del movimento Mod: penso a musicisti come David Bowie, gli Who, Paul Weller e The Jam. E Londra, come città multiculturale, ha assorbito enormemente questa influenza».
Il suo ultimo libro pubblicato nel Regno Unito è “Love + Hate”, che sembra raccogliere in modo esemplare tutte le sue declinazioni (e generi) di scrittura. Uscirà in Italia?
«Scrivo per il cinema, scrivo racconti, romanzi, saggi. In questo ultimo libro ho deciso di mescolare tutti questi tipi di narrazione in un’unica opera. Corrisponde integralmente all’ultima parte della mia produzione e il mio editore Faber & Faber ha benevolmente accolto questa idea. E sì, uscirà presto in Italia per Bompiani».
L'ultimo suo lavoro pubblicato in Italia è invece “Il furto”, che sembra, insieme, il resoconto giornalistico di una truffa subita e il racconto delle ambiguità di proiezione che possono nascere tra vittima e carnefice, truffatore e truffato.
« “Il furto” è un racconto semi-giornalistico di un episodio che mi è capitato cinque anni fa. È la storia di un truffatore che lavorava per il mio commercialista: mi ha rubato del denaro, falsificando la mia firma e arrivando addirittura a impossessarsi della mia identità. Ha truffato molte persone, per circa cinque milioni di sterline. Per me è stata un’esperienza molto traumatica, ma anche fortemente suggestiva. Ho pensato fin da subito di scriverne una storia: persino quando lo incontravo prendevo costantemente appunti. Ora, per fortuna, è stato arrestato».
La sua produzione è principalmente divisa tra i lavori per il cinema e quelli prettamente letterari. Come vive questo doppio ruolo?
«In verità preferisco scrivere romanzi e racconti, lavorare con la letteratura; preferirei fare solo questo. Il cinema è molto interessante, ma implica sempre un rapporto difficile con il produttore: si lavora con il denaro altrui, ci sono dei tempi da seguire ed è tutto molto più complesso. Vorrei essere più uno scrittore che uno sceneggiatore. Tuttavia, al momento, sto lavorando alla realizzazione di una serie tv e lo sto facendo con due dei miei figli: uno scrive con me la sceneggiatura, l’altro la produrrà».
Qual è il suo rapporto con la lettura? Chi sono gli autori che preferisce?
Amo tantissimo Beckett. Gli autori che preferisco leggere sono Simenon, P. G. Wodehouse e Dostoevskij. Tra i contemporanei mi piace molto lo scrittore norvegese Karl Ove Knausgård, ho letto tre suoi libri e mi hanno impressionato. Ma non capita spesso che mi occupi dei contemporanei: preferisco i thriller, Maigret, e soprattutto guardare film. Se stai scrivendo non passi molto tempo a leggere. Quando scrivi per tutta la giornata, la sera preferisci guardare un film, vedere gli amici, stare con la famiglia, insomma… allontanarti dal lavoro. Da ragazzo invece ho letto davvero tanto».
Viene annoverato nella categoria degli scrittori post-coloniali. Non le sembra una forzatura o una semplificazione dovuta alle sue origini pakistane?
«Sono stato spesso accostato a scrittori come Zadie Smith e Salman Rushdie, ma siamo molto diversi. Per me non è affatto interessante a quale categoria appartenere, non ci penso mai; quando mi metto al lavoro mi occupo solamente della mia opera. Né mi interessa capire se sono moderno, post-moderno o altro, è un problema che non mi riguarda. Ciascun artista vuole essere considerato per il suo stile, la sua individualità. D’altra parte è vero che quando ho iniziato a scrivere mi sono occupato di razza e dei cambiamenti del contesto sociale che avvenivano in Gran Bretagna. L’impero britannico è sempre stato raccontato da scrittori bianchi, penso a Graham Green, E. M. Forster; io ne ho parlato da un’altra posizione, come figlio di un immigrato, probabilmente è per questo che vengo assimilato a questa categoria di scrittori».
Non posso non chiederle come ha vissuto il voto sulla Brexit.
«Sono, anzi siamo sotto shock: c’è un’ondata di razzismo e xenofobia incredibile, da noi come in Ungheria, Polonia, Francia e Germania. Tutto questo mi spaventa molto, stiamo aspettando di vedere quali siano gli sviluppi. È un’epoca molto difficile. In molte zone del Regno Unito sono stati investiti consistenti fondi europei, ci sono progetti in corso. È stato come spararsi su un piede».
Oltre alla serie tv, su cosa sta lavorando al momento?
«Sta per uscire un nuovo romanzo, si chiamerà “The Nothing” (Il nulla). Bompiani lo ha già acquistato, potrebbe essere pubblicato in Italia alla fine dell’anno prossimo. E continuerò a lavorare, sono vivo e vegeto!»
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