La Nuova Sardegna

«Notre-Dame de Paris lo spettacolo perfetto»

di Walter Porcedda
«Notre-Dame de Paris lo spettacolo perfetto»

Il musical a Cagliari da domani sino a giovedì prossimo

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CAGLIARI. Gli occhi azzurri di David Zard si illuminano quando si nomina la creatura condivisa con Riccardo Cocciante, “Notre- Dame de Paris”, melodramma musicale per ogni età, visto da milioni di spettatori. Da sabato alle 21 lo spettacolo torna all’Arena Sant’Elia (poi in replica dal 7 sino all’11 agosto). «Il debutto in Italia avvenne il 14 marzo del 2002 a Milano», ricorda il più celebre impresario musicale d’Italia. E, sornione, confessa : «Mi ha reso milionario». I motivi del successo: «E' onesto: mantiene ciò che promette. E la musica non è mai stata così spettacolare. Chi vede “Notre-Dame” capisce che è uno show completo. Vi trova acrobazia, danza, bel canto, luci, colori, emozioni. Un melodramma musicale e non un musical». Come lo è la sua ultima produzione “Romeo e Giulietta”, che un giorno o l’altro approderà anche in Sardegna. «Magari se la finiscono una buona volta con l’anfiteatro romano di Cagliari – dice polemico – ormai ridotto a deposito di rifiuti. Un’offesa alla storia».

Chi conosce Zard lo sa: non è uno che le manda a dire. Non ha esitato a farlo davanti a star celebri come Terence Trent D'Arby e Madonna («Non è una leggenda. Le persone maleducate che non rispettano il lavoro le mando sempre con soddisfazione a farsi benedire», precisa). Nato in una famiglia ebraica a Tripoli, dove allestiva concerti per la comunità italiana, giunse in Italia nel 1967 fuggendo dalle persecuzioni agli ebrei coincidenti la guerra dei sei giorni. In poco tempo divenne l’organizzatore più grande allestendo i più importanti concerti dai Settanta ai Novanta. Da Bowie a Santana, da Dylan, Madonna a Michael Jackson («Il primo tour di Jackson nel 1988 fui io ad organizzarlo. Diventammo amici perchè, dopo averlo mascherato, lo portai in giro per Roma come una persona normale»).

Zard ha attraversato anche il periodo incandescente della contestazione. «La musica è di tutti, si ascolta e non si paga». Questo era lo slogan diffuso a quel tempo. Quanto ha fatto male alla crescita dello spettacolo in Italia? Dai fatti del Palalido di Milano per i Rolling Stones alla notte del Vigorelli nel 1971 nel Cantagiro, alle contestazioni a Lou Reed e le molotov sul palco dei Santana nel 1975. «Ha danneggiato l’economia culturale e lo sviluppo del lavoro giovanile – riflette Zard –. Ma allora non c’era solo “la musica si prende e non si paga”, c’erano anche autoriduzioni e spese proletarie. Era un movimento di rivoluzione vero, anche se solo a metà. Gli italiani non sono come i francesi: le rivoluzioni non sono capaci di farle».

E oggi, paradossi della storia, un ministro della cultura, Dario Franceschini, ha invitato le star a esibirsi gratuitamente per la recente Festa della musica.

«Invece di dare i soldi alle mummie dello spettacolo li diano per costruire strutture. Se davvero vogliono inventare posti di lavoro per i giovani devono creare gli spazi per sviluppare un'attività che non si può fare solo stagionalmente nelle piazze e nelle feste. La musica deve essere ospitata in luoghi deputati creando specializzazioni. Se costruissero in Italia, trenta teatri per tremila posti nascerebbero minimo diecimila posti di lavoro, più l'indotto».

Successi ma anche delusioni. Come la Woodstock negata del 1974 a Milano, il Santa Monica rock festival cancellato a pochi giorni dall'evento.

«Al Santa Monica avevamo artisti già famosi. Da Deep Purple a Ten Years After e Lou Reed. Woodstock invece ebbe musicisti che esplosero con quella reunion! Il festival fu annullato anche per le pressioni dell'allora Partito comunista. La scusa era quella dell'ordine pubblico. Fesserie. Il popolo del rock è il più positivo che esista sulla faccia della terra. Cosa c'è di meglio di un concerto con trecentomila persone, dove non c'è distinzione di razza, colore e religione?».

Le grandi star. David Bowie e un concerto mattutino al Piper di Roma.

«Artista di grande ironia. Lo convinsi a venire in Italia dicendogli che gli incidenti ai concerti erano finiti. Invece al primo appuntamento, a Roma nel 1987, scoppiarono gli scontri e la polizia lanciò i lacrimogeni. Così alla tappa di Torino mi regalò una maschera antigas. Al Piper cantò tre o quattro pezzi davanti a un po' di giornalisti richiamati per una conferenza stampa».

Un po' di dietro le quinte. E' vero che i Rolling Stones sono come i moschettieri, “Tutti per uno”?

«La band è una azienda, ognuno ha il suo manager e vola con il proprio aereo personale. Quando allestii nel 1982 il concerto a Napoli si guastò un velivolo. Bill Graham, celebre impresario americano disse a Keith Richards di prendere sul suo jet Charlie Watts, ma lui rispose “Nobody will step on my plane”. Così Watts viaggiò con Jagger che aveva l'aereo pieno di gente, mentre mister Richards volò in solitario».

E' stato anche tra i pochi ad organizzare le esibizioni italiane di Frank Zappa.

«Incontrai Zappa a Monaco. Mi chiese di allestire la tournée italiana. Gli organizzai sette live di successo. Zappa mi battezzò come l'uomo dei miracoli. Ma non è così. Non serve dire che Zard ha portato questo o quello. Chi vende i biglietti sono gli artisti. Lo si deve solamente comunicare. Ma anche dare certezze al pubblico. Specialmente ai genitori. Quando organizzai il tour degli Spandau Ballet, che allora avevano un pubblico di quattordicenni, con la Rai allestii delle dirette. Mandavano in onda quanto accadeva fuori dagli stadi. Barbara Condorelli alle telecamere annunciava: “Siamo fuori dal Flaminio: è tutto tranquillo. E' una festa”. In questo modo i genitori si tranquillizzavano. Non ho mai ricevuto tanti consensi come per quella iniziativa. Telegrammi e persino regali. Tenere conto del pubblico è fondamentale nel nostro lavoro».

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