“Gli uccelli” di Aristofane volteggiano nel cielo di Jerzu
JERZU. Volteggiano delicati nell’aria tiepida della prima “Gli uccelli” di Aristofane, poliedrici e scintillanti nei loro piumaggi dai colori sgargianti e psichedelici. Il cielo è quello turchese...
JERZU. Volteggiano delicati nell’aria tiepida della prima “Gli uccelli” di Aristofane, poliedrici e scintillanti nei loro piumaggi dai colori sgargianti e psichedelici. Il cielo è quello turchese sopra la cantina Antichi Poderi di Jerzu che apre ufficialmente il sipario sulla diciassettesima edizione del Festival dei Tacchi. Tutto esaurito per l’esito scenico del laboratorio teatrale che per quattro mesi ha impegnato, sotto l’abile regia di Giancarlo Biffi, non solo gli attori di Cada Die – Alessandro Mascia, Mauro Mou, Francesca Pani, Pierpaolo Piludu, Francesca Vecere e Silvestro Ziccardi – ma anche e soprattutto gli “attori di strada”, quelli che vivono la realtà di paesi come Jerzu e Ulassai, svestono gli abiti della quotidianità e indossano quelli di scena, regalando al pubblico la genuinità e l’immediatezza che solo il teatro riesce a trasmettere.
«Sul palco con noi – ha spiegato il direttore artistico del Festival – gli allievi attori, o aspiranti attori, se preferite, che per tante settimane hanno lavorato con grande entusiasmo, senza risparmiarsi. Scommettiamo sempre sui giovani: sono digitali, rispetto a noi che ancora viaggiamo sull'analogico; sono meno legati al campanile e più orientati ai rapporti globali; tesi a comunicare senza pregiudizi e barriere». Tra di loro Anna Rita Pili: «A volte si è più veri nella recitazione che nella vita e avendo fatto da ragazzina un’esperienza simile, ne ho mantenuto il ricordo con emozione viva e con attesa». E c’è anche Marianna Mura: «Passione per il teatro da sempre, ma non pensavo di avere il coraggio di stare davanti a un pubblico così numeroso, recitando una parte non semplice; la sintonia con gli attori professionisti è stata notevole». Insieme a loro due, Sara Carta, Chiara Contu, Marida Contu, Giovanni Mura, Luciana Orrù, Rosina Pilia, Ilaria Vargiu: sono loro a completare mirabilmente la “commedia edificante” tratta dal grande Aristofane. Sono loro a guardare, inizialmente, con sospetto i due ateniesi, Pisètero ed Elvèpide, i quali, disgustati dal comportamento dei loro concittadini, decidono di lasciare la città per cercarne un’altra dove poter vivere in pace, Nubicuculia, nel cielo, a metà strada tra gli dei e gli uomini. È la patria degli uccelli, senza leggi né violenza. Un’alleanza e un incontro tra esseri dell’aria ed esseri della civiltà. Ma quando una civiltà ripiega pericolosamente dal suo essere e dalla sua essenza, rischia di scivolare nella barbarie, in una libertà fasulla che niente ha di umano. La commedia “più bella di tutti i tempi” cerca, così, di smascherare l’ipocrisia di una società che trova nel denaro e nell'egoismo sociale gli unici dei. E quel 414 a.C. diventa drammaticamente, sulla scena, specchio e storia del nostro impetuoso presente.
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