La Nuova Sardegna

Dentro il nido di corvi con la voce di Servillo

di Claudia Carta
Dentro il nido di corvi con la voce di Servillo

L’attore al festival dei Tacchi legge “Il giorno del giudizio”

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JERZU. Quando si abbassano le luci sul teatro all’aperto dell’Antichi Poderi di Jerzu, la platea ammutolisce e guarda il palco. Una sedia vuota. Lì accanto un microfono direzionale. Le quinte nere si confondono con un cielo senza luna, spezzato da una miriade confusa di stelle. Pochi minuti. L’attesa cresce. Eccolo, Toni Servillo, entrare sulla scena e raccogliere, come ad abbracciarli tutti, gli applausi e il consenso di un pubblico venuto da ogni dove per seguirlo dalle poltroncine rosse del parterre o dai pochi angoli rimasti liberi nei corridoi. Completo beige morbido, perfettamente ritagliato sui suoi 1,81 metri d’altezza, camicia azzurra, mocassini e sigaro nella mano sinistra. Questo è il saluto, perché le parole non servono quando a parlare è l’altezza, questa volta non fisica, di un artista 100% italiano, che tra European Film Award, David di Donatello, Nastri d’argento, Golden Glob, Ciak d’Oro, Marco Aurelio d’argento e Oscar ha vinto tutto ciò che si poteva vincere, restando solo e semplicemente Toni Servillo di Afragola, in mezzo alla gente e per la gente.

E quando la gente è quella sarda, allora nemmeno il maestrale che venerdì notte ha soffiato deciso, tra la torre vinaria della cantina e gli imponenti silos della scenografia permanente, può affievolire quel calore e quell’affetto profondo che lega l’attore e regista napoletano all’isola. Silenzio. L’occhio di bue è tutto per lui. Inforca gli occhiali neri, accavalla le gambe, apre il libro dalla copertina gialla. La voce di Servillo parla ai visi attenti degli spettatori, alle loro anime prima ancora che alle loro orecchie. Il timbro è caldo e profondo, l’incedere è regolare, lento laddove il capolavoro di Salvatore Satta si inerpica fra le vite e le coscienze dei nuoresi, entrando nelle loro case o “brincando” i muretti a secco delle campagne; veloce quando il rincorrersi misurato dei pochi dialoghi imprime al testo un ritmo più dinamico. Le pause sono meditate, attente e precise, mai pesanti, mai scontate, mai uguali a se stesse. “Il giorno del giudizio” rinasce sulle corde vocali del drammaturgo campano, bravo a ricreare quel clima di analisi profonda, di studio di una realtà, quella nuorese, e di una famiglia, quella Sanna Carboni, per certi aspetti rustica e forse indistinguibile da quella di pastori e contadini, eppure così borghese ed estranea alla vera realtà sarda.

Ecco che allora sembra quasi di vedere, pennellate dalla voce di Servillo, una Nuoro che altro non è se non «un nido di corvi», il caffè Tettamanzi, o ancora il pastore e il contadino, nel gioco dei ruoli che la vita impone loro: «quello conduce una casa che cammina, questo una casa che sta ferma», o la figura balente di ziu Bainzu Corrales «la cui fama si spandeva per la Sardegna». Novanta minuti dentro l’isola “di demoniaca tristezza” disegnata da Satta e letta da Servillo: «Non ho alcun merito – aveva dichiarato nei giorni scorsi il pluripremiato protagonista de “La grande bellezza” in occasione della consegna delle chiavi di Nuoro da parte del sindaco Soddu – se non quello di aver contribuito alla riscoperta del capolavoro di Salvatore Satta, un capolavoro della letteratura italiana e mondiale che racconta non solo la Sardegna, ma la condizione stessa dell’uomo, la sua solitudine».

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