Paolini racconta l’uomo tecnologico
Al Festival dei Tacchi la rivoluzione digitale vista dall’attore in “Numero primo”
JERZU. Marco Paolini? È “sapiens”. Come ogni uomo che pensa. E pensando crea. E creando dà vita. Sì, perché, come racconta l’attore veneto, volenti o nolenti, viviamo nell’era dell’uomo, cominciata infinito tempo fa. E cosa è mai l’uomo se non un’autentica forza della natura? Ma, volenti o nolenti, oggi siamo in piena era digitale. Il risultato? Progresso. Sviluppo. Eccellenza. Eppure, come tutte le forze della natura, anche l’uomo è capace di realizzare lo straordinario e l’abominevole, la meraviglia e l’orrore assoluto, la luce o la tenebra. “Numero Primo” – spettacolo da tutto esaurito, inserito nel cartellone del Festival dei Tacchi, andato in scena venerdì sera a Jerzu e domenica notte a Ulassai – è un’opera incompiuta. Una fiaba che non finisce o che potrebbe finire in mille modi diversi.
Uno studio – scritto a quattro mani con Gianfranco Bettin – per fare una riflessione sul futuro e sulle nuove tecnologie. Due ore acute e sveglie, quelle di Paolini sul palco, come il suo invito a mantenere acuti e svegli “i neuroni del cervello”, allenandoli costantemente, magari. Diversamente, si rischia di invecchiare prima del tempo.
O forse oggi è meglio dire di non essere “aggiornati”. Il drammaturgo, attore, scrittore e produttore bellunese fa il botto. Con le macchine si può parlare, dunque. No? «Eppure tutti rispondono alla macchinetta posizionata nei caselli autostradali». Misteri della scienza e della mente umana. «Sarà mica che nelle macchine ci abbiamo messo il cervello? In tutte le cose che usiamo, abbiamo inserito dei dati, creando una specie di “testone”: dati sensibili, dati personali, foto, video immagini. Ci dicono che sono tutte su una “nuvola”: spero davvero che non piova! Se poi pensiamo che la prima password della storia è stata “Apriti Sesamo”, ma quanto era digitale Alì Babà?». Dalla storia alla scienza, dai fuochi fatui – quelli che si accendono nelle platee teatrali appena si spengono le luci – al cavallo di Troia, che in realtà è un puledro e altro non è che il vecchio telefono, «buono e caro come un bambino piccolo: ma che quando inizia a crescere e ogni due settimane chiede “l’aggiornamento”, hai finito di vivere in pace!». Inizia la fiaba. Nero lo sfondo. Due occhi. Un bambino. Numero Primo è anche il soprannome del protagonista, figlio di Ettore e di madre incerta. Il resto sono tutti gli scenari possibili. Le domande? Infinite. E se a cambiare rapidamente non fossero solo le cose e gli scenari intorno a noi, ma noi stessi, un po’ per scelta e un po’ per necessità? E in tal caso verso quale direzione o destinazione?
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