«Le tombe degli eroi distrutte dai soldati fenici»

Raimondo Zucca e Salvatore Rubino hanno presentato il progetto dell’Università di Sassari

STINTINO. Perché a Mont’e Prama sono stati trovati, oltre alle statue dei Giganti, solo frammenti e segni di una distruzione voluta? Chi si è accanito contro quella sorta di cimitero di Arlington ante litteram? Due le ipotesi che ha citato, ieri sera al Mut, museo della tonnara di Stintino, Momo Zucca che insieme a Salvatore Rubino ha tenuto una bellissima conferenza dal titolo “Alla ricerca del volto perduto degli eroi di Mont’e Prama”.

Le indagini che hanno portato alla ricostruzione di un eroe di Mont’e Prama sono state condotte nel 2014 durante lo scavo diretto da Momo Zucca e nel quale l’équipe del microbiologo Salvatore Rubino ha condotto le ricerche di bioarcheologia in un progetto della università degli studi di Sassari che ha coinvolto decine di specialisti di diverse discipline.

«La distruzione del giacimento archeologico di Mont’e Prama – dice Momo Zucca– è certa ed è evidenziata dai primi studi che avevano mostrato la formazione di una discarica, costituita da numerosissimi frammenti di sculture antropomorfe e di modelli di nuraghi e di betili, sistemata lungo la strada funeraria infossata parzialmente sui lastroni più occidentali della necropoli». Ma chi poteva avere interesse a distruggere violentemente quel complesso? E che cosa rappresentava per i distruttori? Zucca ricordava ieri che il primo ad avanzare una ipotesi a questo proposito fu Mario Torelli, nel 1984, quando l’accademico dei Lincei, avanzò l’ipotesi che la distruzione di Mont’e Prama doveva essere messa in rapporto alla affermazione della fenicia Tharros.

Sarebbero stati i fenici, secondo Torelli, a punire i sardi che li sottoponevano alle crescenti gabelle sulle merci veicolate nel porto tharrense. E’ facile ipotizzare che la distruzione del complesso monumentale segnali un capovolgimento dei rapporti di forza tra fenici e sardi, con l’affermazione dei primi.

«Già il restauro delle sculture di Mont’e Prama, operato nel centro di Li Punti della Soprintendenza Archeologia della Sardegna tra il 2007 e il 2011 – ha ricordato Zucca – ha fornito la dimostrazione della frantumazione volontaria delle statue e dei modelli di nuraghe e poi dell’incendio al quale sono state sottoposte».

La distruzione dei simboli non è solo una pratica del mondo antico, se è vero quanto succede oggi ad opera dell’Isis che ripropone una pratica nota durante le dominazioni greca, romana, da parte dei conquistadores spagnoli in America Latina, fino alla distruzione, in tempi recenti della statua di Saddam Houssein. Una seconda ipotesi vorrebbe che a distruggere Mont’e Prama siano stati i punici nel quadro del conflitto che contrappose i sardi ai cartaginesi. La distruzione nel corso del IV secolo a.C. Aveva lo scopo di eliminare un sito fortemente identitario per le comunità locali. Salvatore Rubino ha illustrato le tecniche utilizzate non solo a Mont’e Prama ma nell’analisi dei reperti archeologici di Castelsardo e del Palazzo Ducale, a Sassari. Tecniche sofisticate che attraverso l’esame del Dna riescono non solo a ricostruire l’immagine di un eroe vissuto otto secoli prima di Cristo, ma anche il sesso (è vero che a Mont’e Prama non sono state sepolte donne?) e le abitudini alimentari oltre alle malattie degli indagati. Le prossime ricerche potranno fornire i dati che spiegheranno molti dubbi e misteri sulla civiltà di Mont’e Prama.

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