Gian Marco Tognazzi: «Grazie a mia moglie sono diventato sardo»
L'attore romano che ha sposato la sassarese Valeria Pintore racconta il suo rapporto con l’isola
SASSARI. Sardo per amore. Quello per la sassarese Valeria Pintore, sposata dieci anni fa (hanno due figli), che si allarga fino ad abbracciare tutta l’isola conosciuta sin da bambino grazie alle vacanze nella costa nord-orientale con il padre Ugo. Gianmarco Tognazzi ha davvero un rapporto speciale con la Sardegna. Ci torna con la famiglia appena possibile e domani sarà all’Asinara per presentare, nella prima serata del festival “Pensieri e parole”, il film di Giorgio Amato “Il Ministro” di cui è protagonista. L’attore interpreta Franco, un imprenditore sull’orlo della bancarotta. La salvezza della sua società è appesa a un grosso appalto pubblico che potrebbe ottenere grazie all’intervento di un Ministro del quale è diventato amico e che ha invitato a cena. Insieme a Michele, suo socio e cognato, Franco ha organizzato la serata perfetta: oltre a pagargli una cospicua tangente, i due gli fanno trovare una ragazza disposta ad andare a letto con lui. Il tutto sotto gli occhi di Rita, la moglie di Franco, che cerca di assecondare il marito in questo ultimo disperato tentativo per ottenere l’appalto milionario e salvare tutti i loro privilegi. Ma per colpa della ragazza la serata prende una piega inaspettata. «Sono contento - racconta Gianmarco Tognazzi - della proiezione in un luogo come l’Asinara che grazie a questo festival viene anche riadattato a centro culturale».
E poi in Sardegna gioca in casa.
«Sì, ormai mi sono autoproclamato sardo».
Quando ha cominciato a frequentare l'isola?
«Sin da bambino. Ho conosciuto prima la costa orientale perché con Ugo (preferisce usare il nome quando parla del padre, ndr) si andava a Porto Rotondo, in quel periodo non ancora la Costa Smeralda di oggi. Poi da quando ho incontrato Valeria, con il tempo tutta parte nord-occidentale, di Sassari e Alghero, è diventata zona mia».
Ormai parla proprio come un sardo.
«Ne sono felice. Mi sento un po’ come i sardi e apprezzo il vostro carattere, comprese le spigolature. E mi piace molto il concetto di famiglia che si ritrova ancora in Sardegna: di convivialità, di riunirsi a tavola. Quello che aveva, e ci ha trasmesso, anche Ugo».
È già stato anche all’Asinara?
«No, sull’isola mai stato. Conosco però Stintino e vedendo da lì l’Asinara ho sempre pensato di andarci. Sarà una bella occasione, verrà anche tutta la famiglia di Valeria. E spero ci sarà tanto pubblico, è un film secondo me importante che non deluderà gli spettatori. Un lavoro a cui tengo molto».
Scritto e diretto da un sardo: Giorgio Amato, cresciuto a Porto Torres. Tutto torna.
«Forse anche per questo ci siamo trovati bene insieme. Lo ringrazio per questo film che rispecchia un genere, la commedia nera, che avrei sempre voluto fare, ma purtroppo nel cinema italiano scarseggiano queste occasioni».
Il festival dell’Asinara presta particolare attenzione alla scrittura dei film. Cosa l’ha colpita la prima volta che ha letto la sceneggiatura?
«Sono rimasto colpito dalla forza del contenuto. Perché è una commedia che da una parte diverte molto, ma dall’altra mostra una cattiveria e un cinismo che spinge alla riflessione. Non è una commedia fine a se stessa, costruita sulla battuta. Ma ha una specie di costruzione teatrale, tanto che devo dire l’idea di portarla a teatro mi ha già sfiorato. La commistione tra imprenditoria e politica sulla quale è costruita la storia pone una domanda più generale e importante: quanti di noi sono disposti ad accontentare chi ricopre un ruolo di potere per trarne dei vantaggi? La visione del film pone lo spettatore di fronte alla meschinità umana, a dinamiche che sono entrate a far parte del nostro retaggio culturale».
Da un certo punto di vista, un cinema che ricorda anche quello che faceva suo padre. Commedie dove si rideva a denti stretti.
«A me ha ricordato “I mostri”. Cerca di rappresentare un po’ la mostruosità attuale. E tra l’altro riprende in qualche modo un’idea che ho sempre avuto. Quella di fare i figli dei mostri, con Alessandro Gassman. Purtroppo in italia sembra che oggi si possa fare solo la commedia di un certo tipo o il film d’autore, ci siamo dimenticati dei generi. Per esempio penso quanto sarebbe bello rifare un western in Sardegna».
Sempre a proposito di suo padre. Oltre che la passione per il cinema ha ereditato da lui anche l’interesse per la gastronomia?
«Beh, se penso alla Sardegna qui c’è veramente una varietà gastronomica eccezionale. I genitori di mia moglie mi fanno mangiare certe prelibatezze. Amo anche piatti tipici come la pecora bollita e le lumache».
Piatti che in genere i non sardi evitano.
«Ugo cucinava e mi ha fatto assaggiare qualsiasi cosa. Per questo non ho mai avuto pregiudizi nei confronti del cibo, ma sempre una visione apertissima».
Cibo, ma anche vino. Ormai è un apprezzato produttore, nel Lazio, con i vini della Tognazza Amata.
«Abbiamo iniziato quasi per gioco, ma ormai è diventata si può dire la mia prima attività. Siamo arrivati a 70mila bottiglie con ottime previsioni di crescita».
E dei vini sardi cosa pensa?
«Ovviamente li assaggio volentieri. Sarebbe bello creare un vino che rappresenti una commistione tra il Lazio e la Sardegna, le due mie Regioni. Vedremo, magari un mix tra un cagnulari e un syrah».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
