La Nuova Sardegna

«Quanto è cambiata la criminalità russa»

di Fabio Canessa
«Quanto è cambiata la criminalità russa»

Nicolai Lilin parla del suo nuovo libro “Spy story love story” In settimana sarà a Santu Lussurgiu, Alghero e Lanusei

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SASSARI. La storia di un killer che non ha paura di niente, tranne che della propria umanità. La frase di lancio usata nella copertina porta subito i lettori nel mondo di Nicolai Lilin. Lo scrittore russo è tornato da poco in libreria con “Spy story love story”, pubblicato sempre da Einaudi che lo lanciò con “Educazione siberiana” nel 2009. In questi giorni è in Sardegna per un tour di presentazioni organizzato nell’ambito della quarta edizione di Éntula, il festival letterario diffuso dell’associazione Lìberos. Dopo le tappe di Porto Torres e Nuoro, domani sarà a Santu Lussurgiu (alle 19 nel sagrato della chiesa di San Leonardo de Siete Fuentes), giovedì ad Alghero (alle 22 in piazza Juharia per una serata condivisa con il festival “Dall’altra parte del mare”) e sabato a Lanusei (alle 22 al museo civico per una presentazione organizzata in collaborazione con il Festival Niu de Lìteras). Nel frattempo lo scrittore si dedica anche alla sua attività di tatuatore (base a San Teodoro) incontrando tra poltrone e lettini per tatuaggi ovviamente anche suoi lettori. «Ma più che chiedermi dei libri - spiega Lilin - mi raccontano il loro vissuto».

Si trasforma in confidente?

«Di solito le persone si confidano molto, mi raccontano la loro storia. Perché il senso della tradizione siberiana del tatuaggio è quello di rappresentare la storia, il vissuto di una persona attraverso i simboli incisi sulla sua pelle. Si forma una confidenza profonda, capita che le persone mi raccontino elementi della propria vita che magari non hanno raccontato ai propri cari. Da parte mia c’è un enorme rispetto. Poi certo parliamo anche dei miei libri».

E cosa si devono aspettare i lettori in questo nuovo libro?

«Come sempre approfondisco temi a me cari. Credo molto in quello che disse una volta Dostoevski: un vero scrittore intinge la penna nel proprio sangue. Anche se scrivi un romanzo di fantasia, le basi che metti all’interno del romanzo sono quelle del tuo vissuto. Io cerco di fare questo. Sono un ragazzo di periferia dell’Unione Sovietica. Sono nato in un posto che era definito tra i più pericolosi del Paese, ho vissuto per strada, ho avuto le mie esperienze, sia nel mondo criminale, sia nelle guerre conseguenze del crollo economico e sociale del Paese. Esperienze che cerco di mettere nelle pagine dei miei libri, anche se si tratta di un romanzo dove la storia è totalmente inventata come questo».

Anche il suo protagonista, Alësa, viene in fondo da quel mondo e appartiene alla stessa generazione.

«L’Unione Sovietica ha creato una forma di criminalità che in qualche modo si potrebbe definire pura nei propri intenti. Spesso i criminali erano persone che tentavano di arrivare a una soluzione politica diversa da quella imposta dallo Stato. Era un modo di contrastare un regime politico più che di arricchirsi. Con il crollo dell’Unione Sovietica la criminalità organizzata è cambiata, è diventata puramente consumista».

Questo è uno dei motivi che spinge Alësa a voler uscire dal giro criminale?

«Sì, si tratta per lui della perdita del proprio ambiente, di quella che sentiva come una famiglia. Cambia e lui diventa una sorta di rifiuto».

Però c’è anche una donna.

«Mi serviva la leva letteraria, emotiva. È un treno che lo prende in pieno nel mezzo della sua vita, lo costringe ad arrivare a certi ragionamenti».

È anche un lettore. Che ruolo ha la letteratura ?

«La lettura fa sempre parte di un modo di sfuggire dalla realtà, di fare un viaggio, di creare una realtà alternativa a quella che è la vita reale».

E legge in particolare i classici russi.

«Sì, cito Dostoevskij, Tolstoj, Cechov, Bulgakov, Turgenev».

Sono stati anche per lei fondamentali?

«Certo. Son quelli che mi hanno formato in qualche modo».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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