James Boswell e l’incontro con Voltaire e Rousseau
MASSIMO ONOFRI. Ma quanto doveva essere venturosa e sorprendente l’Europa, quando, negli anni sessanta del Settecento, vi viaggiavano personaggi del calibro, e della curiosità di Giacomo Casanova e...
MASSIMO ONOFRI. Ma quanto doveva essere venturosa e sorprendente l’Europa, quando, negli anni sessanta del Settecento, vi viaggiavano personaggi del calibro, e della curiosità di Giacomo Casanova e James Boswell, il più grande allievo di Samuel Johnson, cui dedicò, nel 1791, una monumentale e insuperabile biografia? Quel Boswell, uomo di rara soavità, che indossava, col massimo risultato, la divisa dello snobismo: lui che appunto non aveva titoli nobiliari, seppure imparentato con i reali di Scozia.
Stando ovviamente al preciso significato della parola snob: sine nobiltate. Scrive nel suo diario il 16 novembre 1764: «Fin dai primi anni della mia vita ho provato un profondo rispetto per i grandi». E in effetti, in quegli stessi anni, Boswell era sceso da Londra sino in Svizzera per incontrare due giganti che lì vivevano in differente romitaggio, anche per intervistarli.
Ne sarebbe venuto fuori un librino delizioso, che vale ancora oggi come un esempio di grande giornalismo, mentre si legge con profitto e notevolissimo gusto: “Visita a Rousseau e a Voltaire”.
Per due ritratti: l’uno d’un uomo malinconioso e umorale, generoso e insofferente sino all'intolleranza, l’altro d’un intellettuale mondanissimo e ironico sino all'insolenza.
Che sono poi la traduzione di due perenni modi dell’intelligenza critica.
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