La Nuova Sardegna

Scalzi e in silenzio di corsa per il Santo

di Claudio Zoccheddu
Scalzi e in silenzio di corsa per il Santo

Cabras, sabato e domenica si rinnova il voto a San Salvatore: origini e storia di un antico rito di fede

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CABRAS. A Cabras ha preso piede un adagio che recita più o meno cosi: «Esistono due tipi di uomini, quelli che corrono e quelli che non corrono». Il riferimento potrebbe essere rivolto a chiunque, se la corsa dovesse essere intesa come una metafora della vita, ma in realtà è mirato alla processione di San Salvatore di Sinis, divenuta di recente “La corsa degli scalzi”. Una semplificazione che si è fatta largo anche tra i puristi della tradizione perché, in fondo, di corsa si tratta. La denominazione corretta sarebbe però quella di “processione di corsa”, dove la valenza religiosa viene anteposta a quella fisica. Dettagli di una manifestazione che non ha certo la sua attrattiva nel nome; che venga chiamata corsa o processione, infatti, cambia poco. Dovrebbe essere così per chi vive la prima domenica settembre, e il sabato che la precede, con lo spirito di un fedele che si avvicina al suo credo. Il fascino della processione di San Salvatore è un altro. La manifestazione racconta la devozione de “is curridoris” al santo Salvatore, il figlio di Dio che scese in terra per guidare il cammino degli uomini. è per lui che corrono gli scalzi di Cabras, e a lui sono rivolte le preghiere e i voti che ogni corridore custodisce nell’animo fino al termine della processione.

Il mito. Ha origini antiche, al punto che non esistono riferimenti certi o date appurate. C’è chi dice che gli scalzi corrano per rievocare un episodio storico, legato a un’incursione saracena del 1506, ma non ci sono informazioni precise o cronache attendibili. Pare che gli unici documenti siano andati in fumo per colpa di un incendio che aveva colpito la biblioteca della curia oristanese all’inizio del secolo scorso. La leggenda dell’episodio, comunque, è viva negli animi dei cabraresi che ancora raccontano del coraggio di un manipolo di uomini, ovviamente scalzi, che corse per sette chilometri (la distanza che separava il paese dal villaggio agricolo) andando incontro alle avanguardie saracene pur di salvare la statua del Salvatore custodita nella chiesa del villaggio. Una missione che riuscì alla perfezione e che da allora divenne leggenda. Che poi sia anche la versione più romantica potrebbe essere solo una coincidenza. Una cosa è certa, la corsa ha un’origine antica e mantiene il fascino dei tempi andati. Assistere alla processione di San Salvatore è un salto indietro nel tempo, quando tutto era più semplice e i fronzoli erano un’abitudine per pochi.

La corsa. Poco più di sette chilometri a piedi scalzi, una parte sull’asfalto e una sullo sterrato. L’itinerario de "is curridoris de santu srabadoi" è un cammino di fede e fatica che il sabato mattina parte da Cabras e arriva a San Salvatore di Sinis. Il ritorno in paese avviene il giorno dopo, nel tardo pomeriggio. La molla che muove tutti gli scalzi è legata alla devozione al Salvatore e al sentimento di appartenenza a una comunità che vive i suoi giorni più intensi proprio quando si avvicina la festa, preceduta dalla novena che anima il villaggio tra la fine di agosto e l’inizio di settembre, ogni anno. Poi c’è la fatica, poca per chi immagina una “passeggiata” veloce di appena sette chilometri. L’assenza delle scarpe, però, si fa sentire sulle piante dei piedi e sui muscoli, costretti a fare a meno dell’ammortizzazione garantita dalle suole.

L’organizzazione. Gli scalzi sono divisi in 14 gruppi, ognuno con un priore e un vice priore di riferimento. Ogni gruppo è formato da 14 “mudasa”. “Sa muda” è l’unità più piccola della processione degli scalzi ed è composta da cinque corridori che si alternano nel trasporto del simulacro del santo. Uno dei cinque ha il compito di trasportare la bandiera ed è anche l’unico che può precedere il simulacro. Chi corre, infatti, è tenuto a rispettare poche ma importanti consegne: deve indossare il tradizionale saio bianco, deve essere di Cabras o deve esservi legato da anni e dovrebbe partecipare in silenzio o, in alternativa, pregando. E proprio il silenzio è la regola più difficile da rispettare.

Le donne. Tra le storie della tradizione ce n’è una che racconta come in realtà fossero state le donne di Cabras a trasportare il santo mentre gli uomini erano impegnati a combattere contro i Mori. Anche in questo caso non esistono testimonianze dell’epoca ma le donne, di recente, sono ritornate in strada per la processione di Santu Srabadoreddu, il piccolo Salvatore. Sono loro che aprono la novena e sono sempre loro che, il lunedì mattina, chiudono la festa. Ovviamente, scalze.

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