Raccontare con la fotografia rispettando il dolore dell’uomo
La tragedia dei migranti dell’isola di Lesbo negli scatti di Alessandro Penso Intervista col fotoreporter che espone a Palau per la rassegna Isole che parlano
PALAU. Alessandro Penso è un fotografo romano che si è dedicato, con attenzione, al tema della migrazione verso l’Europa. Nel 2014 ha vinto un primo premio del World Press Photo. Nel 2015 il suo lavoro sui migranti è stato scelto da Time Magazine come progetto fotografico dell’anno, perché è riuscito a cogliere, così la motivazione: «i pochi momenti di pace e solitudine, momenti che ci regalano una comprensione più forte e profonda della loro disperazione». Un suo lavoro sull’isola greca di Lesbo è la scelta fotografica di quest’anno di Isole che Parlano.
La mostra, organizzata dall’Associazione Sarditudine in collaborazione con l’Associazione Ogros, sarà inaugurata, alla presenza dell’autore, giovedì 8 alle 21,30, al Centro di Documentazione del Territorio di Palau. Nell’imminenza del suo arrivo in Sardegna abbiamo parlato con Alessandro Penso.
Perché ha deciso di occuparsi della migrazione?
«E’ una storia che mi appartiene, una storia del nostro paese, perché son cresciuto con delle domande in proposito. Mio nonno paterno è arrivato in Italia dalla Grecia, da Corfù. Mio bisnonno in Grecia c’era arrivato da Venezia».
Le sue fotografie mi paiono asciutte, di fatti con poca concessione all’estetica?
«Credo che i fotografi, in passato, abbiano avuto un approccio troppo drastico ed estremo, che certo bianco e nero abbia influito in maniera negativa sull’informazione. Asciugare le immagini, renderle semplici è per me uno sforzo costante, un timbro della mia fotografia. Più empatica e meno enfatica, più vicina alle persone. Credo che l’emigrazione sia stata spesso fotografata in modo esagerato, ricordo i primi reportage da Rosarno: urla, sporco, immagini d’effetto. Cerco di evitare tutto questo anche perché, quando vai sul posto, ti confronti con una realtà di cui certi aspetti sono solo una parte».
L’attenzione mediatica ha contribuito ad alleviare difficoltà dei migranti?
«La grande novità, poco indagata, che ha contribuito ad alleviare le condizioni dei migranti, è stata la risposta dei cittadini, forte e interessante. Tanti volontari, più consapevolezza in merito. La copertura da parte dell’informazione è servita, ma troppo spesso si è persa l’occasione di documentare onestamente ciò che accadeva, andando a fare fotografie forti e suggestive, scioccanti. Cose che accadono, ma facendo un passo indietro c’è tutta una parte da approfondire, meno urlata, più attenta al quotidiano, alla vita. Questo è stato ignorato».
Cosa pensa della foto scattata lo scorso anno sulle coste turche, la foto del bambino cadavere che ha suscitato emozione e dibattito?
«Ricordo le polemiche, soprattutto sui social. Opinioni poco meditate, da tuttologi del momento. Sui social spesso si è reazionari, ci si esprime senza valutare il contesto, la storia. Io difendo sempre l’informazione. Poi c’è la capacità dell’autore di creare immagini meno dirette e più rispettose. Quella foto ha avuto un impatto forte per varie ragioni, anche perché è arrivata al momento giusto, come è successo ora con la foto di Omran, il bambino ferito di Aleppo. Sono foto che hanno qualcosa di particolare, toccanti. Dirlo un poco mi disturba, ma è vero che la foto giusta può essere particolarmente efficace e smuovere le coscienze. E’ un tema delicato ma prendersela con il fotografo, in questo caso con la fotografa, per me è una baggianata».
Nelle ultime edizioni di Isole che Parlano hanno esposto Dondero, Cagnoni e Battaglia.
«Grandi fotografi. Mario Dondero ho avuto il piacere di incontrarlo. Persona molto umana. Il lavoro di Letizia Battaglia su Palermo è un lavoro importante, una pagina della nostra storia. Di Romano Cagnoni vidi, tempo fa, una retrospettiva. Rimasi stupito perché non lo conoscevo. Un segnale chiaro del fatto che in Italia la fotografia non gode della giusta attenzione».
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