Afterhours, il rock oltre le generazioni
Strepitoso live nella suggestiva area di Turris Libisonis Venticinque canzoni che hanno “incendiato” il pubblico
PORTO TORRES. La morte di un genitore, il dolore, se non annienta, fa scorgere energie nascoste che non pensavi di avere. Capita anche agli eroi di una generazione, quella degli attuali 35/50enni, che vent'anni fa iniziò ad ascoltare gli Afterhours. Il concerto di Porto Torres di coloro che coi Marlene Kuntz condividono il ruolo di guida nell'alternative-rock italiano conferma la forza di un gruppo, visti i tanti cambiamenti nella line up rispetto agli esordi, ormai più perfetto collettivo di musicisti che band in senso tradizionale.
Venticinque pezzi, ben oltre le due ore di spettacolo, un viaggio nell'ultimo album - a proposito: quasi un segno del destino il collegamento ideale tra Porto Torres, città con altissimo tasso di mortalità per cancro, ed il titolo “Folfiri o Folfox”, nome tratto da due trattamenti chemioterapici cui era sottoposto il padre del leader Manuel Agnelli prima di morire - punteggiato qua e là da incursioni nella vasta discografia degli Afterhours. Già dal tardo pomeriggio erano tanti i fan, più o meno 1500 provenienti da ogni parte della Sardegna, in coda in via Ponte Romano, in attesa di entrare nell'area archeologica dell'antica Colonia Iulia Turris Libisonis. Lo faranno con un po’ di ritardo per via di alcune lungaggini burocratiche, ma l'attesa viene abbondantemente ripagata. Peccato soltanto avere perso l'occasione di mostrare a chi arrivava da fuori le bellezze della vecchia città romana, i cui monumenti rimarranno al buio per tutta la serata, una volta calata l'oscurità. L'entrata in scena di Agnelli e soci è introdotta dalla strumentale Ophryx che precede quattro pezzi dell'ultimo lavoro: “Grande”, chitarra acustica e voce penetrante, storia di una sorta di patto tra il cantante ed il padre la cui morte lo fa diventare definitivamente grande; “Ti cambia il sapore”, brano sulle conseguenze della chemio che altera la percezione del gusto; “Il mio popolo si fa”, il primo singolo dell'album, e Non voglio ritrovare il tuo nome. Il pubblico, una vasta platea di 35/45enni che canta tutti i pezzi dimostrando di averli già interiorizzati, è cresciuto con la band: niente più il pogo grunge degli esordi, ma ascolto e canto composto, quasi a rispettare il sito, mai calpestato in concerti rock. La prima incursione nel passato è l'acclamatissima “Ballata per la mia piccola Iena” seguita da “Varanasi Baby”, “La Vedova bianca” e “Padania”, che Manuel introduce così: «ci sono persone che combattono tutta la vita per raggiungere ciò che vogliono ottenere... Combattono così duramente che alla fine dimenticano cosa volevano».
Il pubblico è ormai caldo, ed esplode nell'alternarsi tra pezzi nuovi e vecchi tra i quali spicca “Male di Miele”, che letteralmente incendia i fan. La strumentale “Centuximab” introduce “L'odore della giacca di mio padre”, pezzo da brividi con Manuel Agnelli al piano. Si ritorna al passato con “Il Sangue di Giuda”, “Bungee Jumping”, “La sottile linea bianca” e l'apprezzatissima “Costruire per distruggere”, poi la punkeggiante “Fra i non viventi vivremo noi” anticipa “Se io fossi il giudice”, uno squarcio di luce, quasi una rinascita, pezzo che chiude il doppio “Folfiri o Folfox” e la prima parte del live.
Il momento di pausa serve giusto per fare il pieno di birra all'accaldato pubblico, poi si riparte con le meravigliose “La verità che ricordavo” e “Strategie” quindi la chicca, “Pop”, chitarra acustica e voce da urlo. L'inno generazionale “Non è per sempre”, cantato a squarciagola dai fan, anticipa i brani finali, “Quello che non c'è” - «grazie per essere venuti qua, non veniamo spesso in Sardegna, purtroppo» quasi si scusa Manuel - ed il saluto con “Bye bye Bombay”, preceduta dalle parole di commiato: «abbiamo trovato una complicità col pubblico che no ricordavamo più: grazie» chiude Agnelli che poi coi compagni di band a turno s'intrattiene per i saluti e le foto di rito.
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