L’eros impertinente a voce alta
La poetessa Patrizia Valduga accende la giornata finale del “Cabudanne de sos poetas” a Seneghe
SENEGHE. Quando è arrivata a Seneghe, il suo attraversare le vie era seguito da un nugolo di chiacchiere e sguardi: Patrizia Valduga porta un cappello a larghe falde, mobile e leggero, coprispalle di voile, veste di nero una figura minuta ed elegante, con scarpe e calze bianche; occhi grandi come un manga giapponese, spalancati e un po' spauriti.
Si schermisce quando i lettori l'avvicinano per un commento, una firma, una posa, ma poi acconsente. Seduta sulla panca della Prensa de Murroni, commenta i volumi di Einaudi, Lezioni d'amore, Cento quartine e l'ultimo uscito, il Libro delle Laudi: «Lezioni d'amore non lo legga, è pornografico. Le quartine sono erotiche ma l'altro è dedicato al Marchese De Sade». In quella breve conversazione ribadisce quello che dirà più tardi in Pratza de sos ballos di considerarsi solo un'epigone: «Sono una grandissima traduttrice, se n'era accorto Giorgio Almansi con l'uscita del Riccardo III, e anche Luzi. Traduco con amore: è per me il piacere più grande. Per il resto sono una psicopatica piena paure, di angosce».
Del festival di Seneghe Patrizia Valduga coglie immediatamente la presenza del paese che rende il festival un luogo autentico, diverso dalle manifestazioni dove i poeti si ascoltano tra di loro «Sono sbalordita. Voi siete un'eccezione mirabile». Ironica, diretta, sincera anche lei, regala al pubblico un'antologia di versi, qualche traduzione, ricordi e considerazioni. La prima poesia è tratta da Donna di dolori, del '91, nata dall'esperienza estetica del teatro di Tadeuz Kantor: «Lo chiamava “teatro della morte” e diceva che nei suoi spettacoli di vivo c'era solo il pubblico. E lui, sempre in scena. Donna di dolori dice i pensieri di una donna morta, sotterrata, allo stato colliquativo. Il testo è stato messo in scena da Luca Ronconi con Franca Nuti, non ha avuto nessun successo e non ho guadagnato una lira». Comincia così un monologo denso di rime che puntella immagini d'amore e morte “Oh non così! io qui uno sgocciolio?/una lumaca che si squaglia... io?/col cuore che si scioglie, che mi sciacqua/le viscere, le cosce... tutta in acqua.../E se continua, e come dubitarne?,/a poco a poco anche questa carne/si scava la sua via, se ne va via(...)”. La presenza della Valduga sul palco è teatrale perfetta per quest'edizione "A voce alta", curata da Roberto Magnani che si congeda con un cartellone denso di voci uniche dal Cabudanne di Seneghe. L'oralità ha bisogno di “fare la memoria” come a teatro: «Appartengo a una generazione che imparava a memoria anche la prosa - spiega la poetessa di Castelfranco Veneto - Considero finiti i miei lavori in versi quando li so a memoria. Conosco molti poeti a memoria per una terapia contro gli attacchi di panico: se mi stava per venire un attacco in metropolitana recitavo Prati. Dopo due applicazioni non funzionava più e così ho imparato D'annunzio, poi Rebora, poi Pascoli. Mi fa bene dirmi dei versi: sono una specie di distributore automatico di versi». Così recita in Farsi (persiano antico) una quartina di Omar Khayyam, imam, astronomo, matematico e medico, vissuto tra il 1100 e il 1200.
Nel punto di sella tra ebbrezza e sobrietà racconta le sue traduzioni e il lavoro mescolato alla vita quotidiana. Patrizia Valduga ha dato voce all'infinita varietà erotica usando il sonetto, il distico, terzine e quartine: “Sono sempre io, anche al maschile, l'uomo e la donna, io”. Con erudizione sapienziale spiega ai lettori che siamo prigionieri del canone «Stabilito da quel porco di Carducci e da quello stronzo di De Sanctis» per cui i grandi poeti dell'Ottocento sono Foscolo, Manzoni e Leopardi mentre: «Foscolo è un grande intellettuale e un grande prosatore, Manzoni ha scritto il capolavoro della nostra prosa e Leopardi è un grande filosofo. Meglio Lubrano che abbiamo letto in cinque e non si ristampa dal 1700! I grandi poeti dell'Ottocento sono Porta e Belli. E Giovanni Prati. Che Carducci, trombone invidioso e cattivo, ha fatto fuori. Che ingiustizia!». Regala così alla platea “L'ultimo sogno” di Prati, una scopata nella fossa, in doppi quinari.
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