Inciampi e letture banali La Scappucci non convince
CAGLIARI. Fa ancora notizia una donna direttrice d'orchestra? In teoria non dovrebbe. Eppure, esempi come Speranza Scappucci - al Teatro Lirico nei giorni scorsi per la Stagione concertistica...
CAGLIARI. Fa ancora notizia una donna direttrice d'orchestra? In teoria non dovrebbe. Eppure, esempi come Speranza Scappucci - al Teatro Lirico nei giorni scorsi per la Stagione concertistica - rimangono tutt'oggi in netta minoranza rispetto agli uomini. Divario che speriamo venga presto colmato, dal momento che ci piace pensare che quantomeno in ambito musicale non vi sia più traccia ormai di maschilismo. La direzione d'orchestra da parte delle donne non può che essere, come in qualunque altro ambito, un arricchimento. Un punto di vista in più. Ma non perché esistano interpretazioni "femminili" di una partitura: la musica non ha genere.
Le donne possono essere bacchette talentuose tanto quanto gli uomini. Lo hanno dimostrato Veronika Dudarova, Marin Alsop, Xian Zhang, Susanna Mälkki, Nathalie Stutzmann e via dicendo. Così come possono ugualmente avere dei limiti. Qualcuno ad esempio lo ha avuto Scappucci, nel guidare venerdì (e sabato) l'orchestra del Lirico. Dopo anni da pianista e maestro collaboratore, ha potuto formarsi lavorando a fianco di personalità come Riccardo Muti, Zubin Mehta, Seiji Ozawa e James Levine. Alcuni critici americani l'hanno definita “grande promessa” fra i direttori della nuova generazione, soprattutto nel repertorio operistico.
Che dire, però, dei suoi Haydn, Dvorák e Beethoven in programma l'altra sera? Partiamo dalla nota più dolente: la «Sinfonia n.82» detta “L'orso” di Joseph Haydn. Certo nessuno si aspettava che Scappucci leggesse Haydn come Fischer, Bernstein o Harnoncourt. Sarebbe bastato molto meno. E invece ascoltiamo, purtroppo, una lettura abbastanza monocorde e precipitosa: tempi esageratamente celeri; omissione di troppe “ripetizioni” (siano esse d'esposizione, sviluppo o ripresa); fraseggio poco carismatico; scollamenti dentro e fra le sezioni strumentali; un ristretto ventaglio di dinamiche, e “forcelle” manco a pagarle. Al Lirico abbiamo sentito Haydn migliori (F.M.Bressan in primis).
Anche nella «Serenata per archi» op.22 di Dvorák, si avverte un'inspiegabile fretta, perdendo la bellezza delle pause, dei silenzi. Fa eccezione il «Larghetto», un'oasi elegiaca in cui Scappucci posa la bacchetta e dirige solo con le mani: qui finalmente emerge l'interprete, con analisi e profondità, con nuance in pianissimo, i “crescendo” e “diminuendo” giusti. Luce interpretativa che nella «Sinfonia n.6», la “Pastorale” di Beethoven, ha illuminato parzialmente solo il secondo movimento e l'«Allegretto» finale, mentre il resto è parso senza infamia e senza lode.
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