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«Nako”, l’accoglienza diventa un docufilm

Il progetto curato dall’associazione “4 cani per strada”


25 maggio 2022 di Grazia Brundu


SASSARI. La prima sensazione che si prova guardando “Nako - La terra” è quella di un tempo sospeso. Ettari di campagna che si perdono all’orizzonte, querce secolari, rocce e tutt’intorno mucche, pecore, asini al pascolo in un silenzio verde. Facile riconoscere l’ambientazione sarda, barbaricina, e infatti sono i terreni che circondano l’agriturismo «Donnedda» a Sarule. Il senso di sospensione, però, è dato dalle presenze umane: un gruppo di migranti che in quell’agriturismo, adibito a centro di accoglienza, hanno trovato una terra di mezzo. Un limbo. Un non-tempo e un non-luogo a metà strada tra l’Africa e le famiglie che hanno lasciato e il futuro che sarà autorizzato ad arrivare solo dopo il permesso di soggiorno.

Parla proprio di questo il cortometraggio presentato ieri in anteprima a Sassari durante il festival Girovagando, quest’anno dedicato alle convivenze indagate in una prospettiva multiculturale e multietnica. «Nako» – che nella lingua mandinka dell’Africa occidentale significa campo, orto, terra da coltivare – è nato all’interno del progetto «Nuovi linguaggi e pratiche audiovisive nella Sardegna contemporanea: il video partecipativo e la ricerca di un antropologia condivisa». Un progetto, da pochi giorni anche online (www.videopartecipativosardegna.net), portato avanti dallo scorso marzo dall’associazione culturale 4Caniperstrada, con il co-finanziamento della Regione Sardegna e la collaborazione dell’Archivio Memorie Migranti e del collettivo di documentaristi Zalab. Fanno parte dello stesso programma altri due documentari che saranno presentati a ottobre. Realizzati con gli studenti della IVG del Liceo magistrale di Sassari e con un gruppo di giovani della Porto Torres post-Petrolchimico.

Ad accomunare i tre lavori, riuniti in un dvd dove le immagini sono sottolineate dalla chitarra di Paolo Angeli, è il fatto che le storie raccontate non nascono per volontà di un regista unico ma dalle scelte consapevoli di tre piccole comunità marginali. Secondo il metodo conosciuto come «cinema partecipativo», elaborato in America alla fine degli Anni Sessanta e non troppo diverso, almeno nelle scelte etiche, dai lavori neorealisti di Cesare Zavattini. Un approccio che attribuisce un’importanza fondamentale, oltre che ai soggetti, anche ai destinatari del film realizzato. Non un pubblico indifferenziato, come quello di una sala cinematografica o di un festival, ma spettatori che coincidono con gli abitanti del posto dove le immagini sono state girate.

«Proprio in questi giorni – racconta Stefania Muresu, che ha coordinato il laboratorio a Sarule insieme all’attivista eritreo Gabriel Tzeggai – stiamo cercando di organizzare delle proiezioni a Sarule. Vogliamo favorire un incontro tra i ragazzi del centro di accoglienza e gli abitanti del paese. Ci piacerebbe dare impulso a una maggiore conoscenza reciproca che possa servire a prendere atto dei cambiamenti sociali che stanno avvenendo anche nelle zone interne della Sardegna».

C’è da dire che i migranti in paese sono stati in genere ben accolti, anche perché il loro comportamento nell’agriturismo è stato sempre corretto e rispettoso delle regole. Con l’unica, breve eccezione di una protesta durata poche ore, lo scorso febbraio, per la mancata distribuzione della piccola somma che gli ospiti dei centri di accoglienza ricevono quotidianamente per legge. Una somma minima ma importante per chi temporaneamente non ha un lavoro né mezzi di sostentamento. E forse proprio la visione comunitaria di “Nako” potrebbe servire a smontare pregiudizi e malintesi su queste e altre questioni.

Come racconta Stefania Muresu, «sono stati gli stessi migranti a decidere cosa raccontare delle loro vite, e come farlo, e hanno partecipato a tutte le fasi. Io e Gabriel Tzeggai ci siamo limitati a mettere a disposizione le nostre competenze tecniche, mentre Marco Testoni ha realizzato il montaggio».

Nei tre capitoli di “Nako” si mescolano fantasia e realtà. Il primo, intitolato, “Labourer e i suoi figli” «è una fiaba africana che racconta l’importanza di saper coltivare un campo», spiega Muresu. I migranti di Sarule non avevano un loro orto a disposizione, quindi per le riprese hanno utilizzato erbe spontanee. Qualche giorno dopo, racconta la regista, «mi hanno chiamato dicendo che gli animali dell’agriturismo avevano mangiato tutto, così abbiamo portato delle piantine e loro hanno iniziato a prendersene cura».

Un’occupazione minima ma importante per chi non può lavorare (la legge lo vieta durante la permanenza nei centri). È il bisogno di prendersi cura di qualcosa, come fa anche Lamin, che in Africa faceva il pastore e adesso bada, gratuitamente, agli animali dell’agriturismo e vorrebbe restare a vivere in Sardegna. E poi c’è chi ricorda e sogna un futuro che ancora non vede distintamente. Come i giovanissimi protagonisti del secondo capitolo, che raccontano come per mesi i genitori non abbiano saputo niente di loro e delle difficoltà e dei disagi affrontati per iniziare il viaggio che dalla Libia li ha portati in Sardegna.

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