Meo Sacchetti racconta il suo basket libero
In libreria la biografia del coach dello scudetto della Dinamo Sassari
SASSARI. Meo Sacchetti come non lo abbiamo mai visto. Meglio, come il grande pubblico non lo ha mai conosciuto. C’è voluto “Il mio basket è di chi lo gioca”, libro scritto insieme al giornalista Nando Mura e pubblicato dalla casa editrice Add (256 pagine, 16 euro, disponibile anche su ebook) per svelare a tutto tondo uno dei personaggi più importanti del basket italiano e uno dei più popolari nella storia della Sassari sportiva, che con lui alla guida della Dinamo ha festeggiato vittorie assolutamente inimmaginabili. Ma non si può ridurre il personaggio Meo Sacchetti solo ai suoi anni sassaresi e nemmeno, pensando a quella Dinamo, ci si può far condizionare dall’amaro finale di quella che resta una straordinaria storia di sport. Semplicemente, nello sport certe cose succedono e devono essere accettate così come sono. La Dinamo proverà a vincere senza lui in panchina, lui cercherà a farlo a Brindisi. E se la storia della Dinamo, lunga più di mezzo secolo, è stata raccontata da tanti libri, questa è la prima volta che Romeo “Meo” Sacchetti mette tutto su carta.
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«Arrangiati». Per capire la complessità, il carattere, i silenzi e anche gli spigoli di Meo Sacchetti bisogna ritornare in un campo profughi di Altamura dei primi anni Cinquanta. «La vita molto presto mi ha detto arrangiati» dice parlando della sua infanzia e della sua famiglia. I nonni paterni, originari della provincia di Belluno, costretti a emigrare in Romania in cerca di stabilità economica. E là nascono Pietro, papà di Meo, di professione scalpellino,e i suoi primi tre figli.L’ultimo, Romeo, nasce invece nel campo profughi di Altamura ma degli anni in Romania e del rientro in Italia sa poco: la sua famiglia ha sempre glissato sull’argomento perché «ero il più piccolo e volevano proteggermi». Meo non farà in tempo a conoscere il papà, che muore sei mesi dopo la sua nascita. La madre decide che, per il bene di tutti, bisogna spostarsi a Novara. Meo ha due anni quando lascia la Puglia, per uno strano scherzo del destino ritorna a viverci solo adesso, da allenatore dell’Enel Brindisi. Nel Nord Italia consumerà tutta la sua carriera da atleta e la prima parte di quella da coach. Saranno il Sud e le isole (Capo d’Orlando, Sassari e ora Brindisi) a segnare i suoi anni più belli in panchina.
Un albero provvidenziale. Meo si inventa un canestro immaginario tra i rami di un albero nel cortile di casa: «Se a un certo punto della vita mi sono trovato a festeggiare uno scudetto abbracciato a mio figlio Brian, lui nei panni di giocatore e io in quelli di allenatore della Dinamo di Sassari, è tutta colpa di una pianta di glicine cresciuta storta nel cortile di casa» Poi trova a Novara la sua prima palestra. E da lì decolla per atterrare nella storia del basket italiano: sfonda definitivamente a Torino e Varese, non vincerà mai lo scudetto ma con la nazionale scrive pagine leggendarie. Soprattutto conosce tanti allenatori dai quali poi farà germogliare il suo basket, una volta passato dall’altra parte della barricata. Uno su tutti è Dido Guerrieri, che gli insegna la massima che di fatto dà il titolo alla sua biografia: «La pallacanestro la fanno i giocatori» mi ripeteva, quelli che lavorano sul campo, che attaccano con gioia, che difendono duro. Sì, il mio basket – da allenatore – è quello dei giocatori».
Il basket di Meo. Gli ultimi capitoli, ricchi di aneddotti, sono quelli dedicati alla Sardegna, alla Dinamo, ai giocatori che ha allenato, a persone che non ci sono più, a uno scudetto conquistato col figlio Brian in squadra mentre tutta un’isola impazzisce di gioia. Alle vittorie, alle sconfitte, ai viaggi in Europa, alla scoperta di un’isola dove ha anche acquistato una casa (ad Alghero) e scelto di stabilirsi. Fino all’esonero e a una stagione forzatamente senza basket dedicata anche alla riscoperta degli affetti della famiglia e ai viaggi, sempre con la moglie Olimpia, figura sempre molto presente (e sempre con grande discrezione) in tutte le vittorie. E poi la ripartenza da Brindisi, in Puglia, dove in fondo tutto è cominciato anche se Romeo non era ancora diventato Meo ma solo un bimbo in balìa degli eventi: «Mi piace che sia così - si chiude il libro -, che tutto ricominci non lontano da dov’è partita la “favola” di un bambino che, nella vita, ha dovuto arrangiarsi perché la sorte non è stata troppo generosa con lui. E lui si è arrangiato, ha girato il mondo grazie a un Gioco bellissimo chiamato pallacanestro».
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