La Nuova Sardegna

Il nuovo romanzo di Mauro Pusceddu, “Il mio vero nome"

Il nuovo romanzo di Mauro Pusceddu, “Il mio vero nome"

In libreria un noir che spazia dagli Usa alla Barbagia. In fuga dal proprio passato, un uomo vuole comprarsi una seconda possibilità e si rivolge a un professionista

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Pubblichiamo le prime pagine (Epilogo) del nuovo romanzo del magistrato nuorese Mauro Pusceddu, “Il mio vero nome” (343 pagine, 18,00 euro), che l’editore Il Maestrale manda in libreria.

* * *

Valle d’Aosta, Italia

Degioz, 22 Febbraio 2004

C’era una volta, ai piedi di un massiccio alpino della Valsavaranche, un piccolo paese di casette bianche e di ardesia nera. Poco distante, un immenso prato e una di quelle casette dove abitava in solitudine un vecchio colonnello. Il prato della casa aveva una fontana e nessun confine visibile con un parco giochi. Voci si rincorrevano a filo d’erba. Alcune rimasero sospese nel brusio di acqua e vento, altre si condensarono in una sfera di farfalle, e poi esplosero in una risata cristallina, felice.

Dentro la casetta, la concentrazione del colonnello finì per dilatarsi e dissolversi di colpo, al tintinnio della risata.

– Merda, – urlò, sbattendo il pugno sulla scrivania fino a far saltare il Joystick.

Game over, confermò il monitor.

Il colonnello ringhiò sulle note dello stupido gingle. Scostò via la sedia, issando una lunga faccia di sughero. Le pantofole di lana cotta si mossero fino al patio e poi giunsero al prato.

Sotto la fontana c’era una piccola vasca circondata da rocce, nani di pietra, rane segnapasso, un cactus di plastica sbiadita. Due bambini di pochi anni erano accosciati ai bordi della vasca e ridevano ancora.

– Andatevene, – urlò il colonnello.

Lo guardarono, ritraendo le mani dall’acqua gelida e subito risate e grida si spensero. Divennero serissimi e confusi. La barchetta a vela con cui giocavano si capovolse e affondò.

– Potreste cadere dentro! I bambini lo fissavano muti.

– Potreste anche annegare!

Gli sguardi dei due piccoli si congiunsero sul bordo del piccolo specchio d’acqua, profondo pochi centimetri.

– E poi siete nella mia proprietà…

C’era anche una giovane donna, poco distante, che leggeva in silenzio seduta su una panchina.

– … e quindi sono responsabile di voi. Ho la responsabilità civile, – nel silenzio della valle scandì la parola come rintocchi di campana, ci-vi-le.

La donna chiuse il libro.

Il colonnello, senza nemmeno guardarla, tuonò:

– E mi dispiace che le madri ignorino il di-rit-to.

– Andiamo bambini, via di qui, – sbottò la donna alzandosi, – questo qua è scemo. Fece cenno ai due piccoli, che la raggiunsero di corsa mentre lei già andava via.

Il colonnello rincasò.

Si sedette nello scrittoio davanti alla finestra, dove i 23 pollici del monitor nascondevano l’incrocio di tre altissimi monti e un torrente che scivolava fra gli abeti e le rocce scure.

Riprese a manovrare il Joystick.

Il monitor si rianimò. La testa gialla del Pac-man cominciò a salire e scendere divorando i puntini del labirinto: sinistra, destra, alto e basso. Due dimensioni, quattro vie di fuga. Universo piatto. Divorare per non soccombere. Direzione. Movimento. Riparo. Vita. Rigenerazione. Il vangelo del Pac-man e le sue parabole bidimensionali di sopravvivenza eterna. La nuova vita nel livello superiore di un gioco, capace di azzerare colpe e crediti.

Il vecchio colonnello adorava quell’algoritmo in layout anni Ottanta; una sindrome che non riusciva a distoglierlo dalla empatia con scienza binaria e approssimata all’esattezza per vie riservate solo all’intuizione più pura: ho il Diritto di fare tutto quello che non riesci a impedirmi. Sempre. Questa la mia legge.

Improvvisamente il vecchio sentì qualcosa alle sue spalle: un suono che conosceva bene, come di metallo su metallo.

Si voltò, provando a mettere a fuoco il lontano delle cose, e provò dolore. L’ultimo che avrebbe mai provato. Il più forte.

Fu allora che vide oltre le ombre: i tentacoli del buio cominciarono a propagarsi dai quattro angoli della porta socchiusa, fino a invadere la stanza come magma.

Poi ancora quel suono. Quindi un improvviso bagliore nello sfondo del nulla senza colore, dove la morte gli si presentò come una metafora inattesa, quando vide il sorriso di un fantasmino azzurro che veniva verso lui, sospeso in un buio rotto dal bagliore di zanne, stilizzate e aguzze.

Fece per muovere le mani sul joystick per fuggire.

Gli sembrò la reazione più ovvia, ma non ci riuscì. Si accorse di essere stato inghiottito dall’inferno in fosfori verdi del Pac-man, di essere circondato dalle barriere in alluminio del monitor.

Il vecchio colonnello, o quello che era rimasto di lui, si rese conto di non avere più nulla in mano, anzi di non avere più mani, né piedi per fuggire, né gola per urlare, di non essere più nulla di quello che era stato.

Era ormai solo una palla di bit gialli, immobile, terrificata dentro un infinito spazio nero, incolonnata in mezzo ad altre palline gialle e immobili, tutte in attesa di essere divorate dal fantasmino azzurro che, lento, sorridente, si avvicinava a loro.

Fu allora. Vide il suo tutto finire in un’accelerazione oltre la barriera della luce, oltre quel minuscolo quanto di tempo fermo, in quella singolarità dove ogni cosa accade per sempre, e in quello vide persino ciò che era successo fuori dal monitor che lo imprigionava: si vide, sentì addirittura come altro da sé il tonfo del proprio corpo sul pavimento; riconobbe il suo corpo senza testa: un tronco sanguinante e senza nome ai piedi del monitor, finalmente nero.

© 2016, Edizioni Il Maestrale

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