La magica bacchetta di Chauhaun
A Cagliari un’altra performance di spessore del direttore d’orchestra britannico
CAGLIARI. Segnatevi questo nome: Alpesh Chauhan. Casomai lo trovaste su una locandina, sapreste che quello è un concerto da non perdere. Britannico di origini asiatiche, appena 26 anni e da settembre 2017 sarà nuovo direttore principale della Filarmonica Toscanini a Parma. Dapprima violoncellista di talento, approfondisce poi la vocazione direttoriale con illustri maestri, fra cui su tutti quel colosso dell'interpretazione bruckneriana che è il mitico Stanislaw Skrowaczewski. In poco tempo, Chauhan è già stato alla guida di prestigiose compagini, soprattutto europee. Mentre a Cagliari, per la Stagione sinfonica, nei giorni scorsi è salito ancora sul podio del Lirico, dopo una prima performance lo scorso giugno fra Glass, Williams e Prokofiev. Stavolta, invece, ha contribuito ai maggiori "fil rouge" della programmazione 2016.
Da un lato, suggellando l'integrale delle sinfonie di Beethoven: esecuzione della «Quarta», affiancata dalla «Leonore n.3». Dall'altro, partecipando a quella "Respighi-renaissance" avviata dal Lirico con «La campana sommersa» quale esordio della Stagione operistica, proseguita poi col «Concerto gregoriano» per violino e orchestra affrontato mesi fa da Anna Tifu. La pagina respighiana a cui si dedica invece Chauhan è il «Concerto in modo misolidio».
Al pianoforte, solista d'eccezione il finlandese Olli Mustonen, compositore e direttore d'orchestra lui stesso, ha già inciso questo "Concerto" per l'etichetta Ondine Records (2010). È lettura trascinante la sua, a tratti più energica e muscolare di quella registrata, ma non meno capace di dar voce all'eclettismo di Respighi, delineato da una sintesi stilistica che sembra fagocitare tutto: struttura tripartita da Classicismo e melodie gregoriane, variate e sviluppate in maniera plurima, dando luogo a una sorta di "travestimento spirituale" (pratica musicale risalente al Medioevo).
Abilissimi Chauhan e l'orchestra del Lirico, nel rendere appieno questo prismatico caleidoscopio di stili, dove par di sentire adesso Rachmaninov o Rimskj-Korsakov, ora Debussy o Roussel, Holst o Prokofiev, ora Copland o Gershwin. Ma la vera sorpresa è stata in Beethoven. Con l'orchestra in grande spolvero. Archi, disposti "alla tedesca", concertati perfettamente, dal timbro corposo e avvolgente.
Sorvegliatissime le sezioni dei fiati: dalla falange degli ottoni arrivano sonorità ben calibrate e limpide; bellissimo l'amalgama dei legni; pregevole il primo flauto Riccardo Ghiani nella «Leonora». E poi un inventario opulento di dinamiche; fraseggio che restituisce a dovere sia l'eroismo prometeico, sia ossatura ritmica e ordito contrappuntistico della Quarta Sinfonia.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
