L’isola degli stazzi: il mondo perduto dell’antica Olevà
Gallura profonda: il libro di uno storico e di un’antropologa La ricerca sarà presentata domani nella biblioteca di Monti
MONTI. C’è il sano orgoglio dell’appartenenza a una piccola comunità, a un microcosmo amato e vissuto nelle 210 pagine del libro “Olevà” (Edizioni Taphros) scritto dallo storico Gianfranco Trudda e sistematizzato dall’antropologa Elisa Biosa dell’università di Sassari. Lo studio sarà presentato domani a Monti a partire dalle 18 nella biblioteca comunale.
Olevà come una delle tante Macondo dell’universo, nome mitico ed evocativo, più case isolate da villaggio e borgo che stazzi, un tempo territorio del Comune di Buddusò, passato del tutto – a partire dal 1958 – sotto la giurisdizione di Olbia. Un territorio plurale, tra la Gallura e il Logudoro, con parlate diverse e campagne armoniose: perché le valli, i pianori, le forre attorno a Berchiddeddu – ai confini di Torpè, Lodè, Bitti, Monti, Tempio e Posada – sono in parte griffate Gallura, tutto il resto è Logudoro. «In molte famiglie un genitore è gallurese e l’altro logudorese; è facile assistere a un doppio dialogo in cui il figlio o la figlia si rivolgono con la rispettiva parlata di entrambi. E quando uno dei figli riferisce quanto sentito da uno dei genitori lo comunica con lo stesso dialetto».
Un territorio marginale, dimenticato soprattutto dagli uomini. «Eravamo del tutto isolati, fino al 1922 non c’era neanche un sacerdote», ricorda Trudda che ha 81 anni e che dopo la laurea in Giurisprudenza all’università di Sassari è stato amministratore della Usl di Olbia e poi assessore e consigliere comunale per tre legislature. Adesso si dedica alla ricostruzione storica con il taglio antropologico: basterebbe osservare la copertina del libro con due ritratti di Enrico Costa, che rappresenta in berritta e barbone, «un tipo di Casteddu» e in cappello e baffoni un «tipo di Berchiddeddu».
La fatica di Trudda e Biosa ha spinto i ricercatori nella ricostruzione storica delle famiglie che hanno abitato quei luoghi dai nomi evocativi in una «valle con nove centri abitati: Sa Castanza, Sa pinnetta noa, Sos coddos, Pedru Gàias, Tràinu moltu, Su carru, Battista, e Mamusi con alcuni nuiclei familiari che vivono nelle località Su mùlinu e di San Tommaso».
Libro ricco di curiosità ben scritte: «Gli uomini piangevano segretamente mentre le donne della famiglia del morto piangevano ad alta voce». Oppure: «La gente del luogo era convinta che le anime dei morti si aggirassero di notte nei viottoli della zona. Alcune persone giuravano di averle incontrate senza subire alcun danno perché, se non molestate, non fanno male ad alcuno».
Stimolante tutta la parte del libro che riguarda i patrimoni feudali, il distacco dei Salti di Josso, le parentele, la minuziosa ricostruzione dei rapporti tra clan e e dei matrimoni nella valle di Olevà. C’è da riflettere e da sorridere quando si sfogliano le pagine della «scelta del partner coniugale tra esogamia, endogamia e omogamia». Dettagli di vera antropologia: «Tutti i gruppi vacillano fra quelli che possono essere considerarti i due poli opposti del rifiuto: l'incesto e lo straniero, ovvero il troppo vicino e il troppo lontano». Oppure: «Gli individui proibiti sono spesso anche più numerosi rispetto alla nostra società. La proibizione dell'incesto è una norma culturale e non un dato di natura».
Dice Gianfranco Trudda: «Nel divertimento c’era un’intesa consolidata: negli anni Cinquanta, quando i giovani di Sa Castanza organizzavano qualche serata danzante, la notte precedente accendevano una sorta di falò in modo che amici e parenti di Sos Rueddos (una frazione di Monti situata di fronte a Olevà) fossero informati senza correre il rischio di far percorrere gli impervi sentieri che collegavano la loro frazione alla sala da ballo con le steariche incollate alla parete, dove si ballava il liscio al suono di una fisarmonica».
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