La Nuova Sardegna

Destini migranti: dalle miniere belghe ai ghetti per rifugiati

di Maria Antonietta Cossu

L’emigrazione sarda anni Cinquanta in un convegno a Zuri Adriano Prosperi: «Oggi assistiamo a un vero genocidio»

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GHILARZA. Partirono a migliaia per lavorare nelle viscere di un Paese straniero. Tra loro una moltitudine di uomini e donne nati nelle colline del Mandrolisai, del Goceano e del Barigadu, tra le aree interne della Sardegna ad aver dato uno dei contributi maggiori ai trattati siglati da Italia e Belgio per portare nuove maestranze delle miniere del Nord Europa in cambio del combustibile. Solo da Samugheo emigrarono in 200. Numeri ai quali “Uomini contro carbone”, la prima ricerca sulla migrazione dei sardi verso il Belgio, ha dato nomi e volti consultando per mesi gli archivi viventi e i vecchi registri dei Comuni.

Scavare nella memoria dei superstiti e andare a spulciare una miriade di documenti ha permesso all’associazione Paesaggio Gramsci, cui si deve l’intuizione di andare a rispolverare una pagina di storia poco indagata, di definire le proporzioni del fenomeno che ha contrassegnato il secondo Dopoguerra. Un esodo rievocato venerdì sera in una conferenza a Zuri attraverso le testimonianze filmate di quattordici dei ventidue minatori intervistati per la realizzazione di un’installazione audio-video che sarà presto a disposizione di biblioteche e musei.

Un caso emblematico quello della minuscola frazione ghilarzese, dalla quale nel 1946 partirono quindici disoccupati in cerca di miglior fortuna. «Sarebbe bello che la Sardegna riconoscesse a questa categoria di lavoratori – che hanno aperto una strada importante – quello che attraverso la pubblicistica riconosce ai pastori», ha detto il giornalista Umberto Cocco, moderatore della conferenza. Eppure spesso sono proprio gli uomini che per anni raschiarono le pareti della “mina” i primi a reprimere il ricordo di quell’esperienza. «In loro c’è una continua lotta tra memoria e oblio», ha constatato il ricercatore Simone Cireddu intervenendo alla tavola rotonda che ha riunito nel museo paleobotanico la presidente del Fai Maria Antonietta Mongiu, l’ex parlamentare e vicesindaco di Boussu Giovanna Corda, la segretaria del sindacato europeo dei pensionati Cgil Carla Cantone, i docenti della Normale di Pisa e dell’Università di Sassari Adriano Prosperi e Martino Contu, coordinatore dell’indagine.

Sulla fase storica che si aprì nel periodo post-bellico con gli accordi dei governi italiano e belga non arrivarono sempre informazioni veritiere. La storica Anne Morelli ha smentito le versioni più edulcorate; «Gli italiani non partirono per costruire l’Europa ma per sfamarsi, per sfuggire alla repressione padronale delle campagne. Fu una forma di emigrazione economica che aveva radici di contestazione sociale, dettata non dalla carenza di manodopera locale, come si voleva far credere, ma dal fatto che i belgi, ormai fortemente sindacalizzati, non volessero più lavorare a quelle condizioni. E tra mettere in sicurezza le miniere, tutelare la salute degli operai e portare lavoratori dall’ estero, fu scelta quest’ultima soluzione». La concorrenza degli italiani generò un sentimento razzista: agli stranieri non venivano cedute case in affitto, non era consentito l’accesso ai locali pubblici, inoltre le differenze linguistiche erano di ostacolo all’integrazione.

Ma i movimenti collettivi dei popoli appartengono da sempre alla storia dell’umanità, come ha rimarcato Adriano Prosperi nella sua dissertazione sulle ondate migratorie che si sono sviluppate nel corso dei millenni, dall’epoca delle invasioni barbariche fino ai nostri giorni. Tempi, quelli attuali, contrassegnati da un nuovo “genocidio”. «Si può compiere sotto i nostri occhi senza che possiamo impedirlo – ha commentato l’accademico dei Lincei a proposito dell’esodo dal Nord Africa verso i paesi europei – Ma se c’è una ragione per cui noi italiani riusciamo ad apparire come il popolo che accoglie di più, che salva chi approda sulle nostre rive anziché erigere muri, è perché non abbiamo ancora cancellato del tutto la nostra memoria».

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