La Nuova Sardegna

Europa e Silicon Valley Sogni svaniti di un mondo felice

di Alessandro Aresu
Europa e Silicon Valley Sogni svaniti di un mondo felice

“Occidente senza utopie” di Paolo Prodi e Massimo Cacciari Storia di un’idea da Tommaso Moro alla crisi globale

4 MINUTI DI LETTURA





di Alessandro Aresu

Un secolo prima della morte di William Shakespeare, nel 1516, Thomas More pubblica un libro in latino. Il libro non vede la luce nella sua Inghilterra, ma a Lovanio, grazie all'amico Erasmo da Rotterdam e al suo editore di fiducia, Dirk Martens. Il titolo del libro, “Utopia”, richiama una derivazione greca ambigua: ou-topos, nessun luogo, oppure eu-topos, buon luogo. Prima del 1520, il libro viene ristampato in altri luoghi importanti della società letteraria europea (Parigi, Basilea, Firenze), e da cinquecento anni segna l'identità culturale dell'Europa. Pertanto, vale la pena di celebrare questo anniversario riflettendo sul concetto di utopia in modo più profondo rispetto a quanto ci suggerisca il suo uso corrente. È un compito svolto in modo eccellente da Paolo Prodi e Massimo Cacciari nel loro “Occidente senza utopie”, pubblicato recentemente da Il Mulino.

Il libro di Tommaso Moro è il primo capitolo di una sorta di trittico ideale che comprende “La città del sole” di Tommaso Campanella (1602) e che si conclude con “La nuova Atlantide” di Francesco Bacone (1624). Utopia è un’isola, che non a caso emerge nella stagione delle grandi scoperte e si compie in particolare in Inghilterra: tra Moro e Bacone ci sono decenni decisivi per l’espansione coloniale inglese, dalle imprese di Walter Raleigh alla creazione della Compagnia delle Indie Orientali. E il racconto ironico di Moro è il resoconto di un viaggio immaginario in un luogo imprecisato del nuovo mondo.

L’utopia non è una fuga della politica, ma un suo spartiacque, come spiega Paolo Prodi. E come scrive Massimo Cacciari, l’ordine dell'Utopia è strettamente connesso «all'idea di una tecnica guidata da idee e modelli scientifici». Siccome è un progetto politico, anche l’utopia deve rispondere alla domanda su chi deve comandare. E la risposta è chiara: comanda chi conosce, chi possiede la tecnica e può svilupparla. In questo senso, l'utopia è la vera nascita della tecnocrazia. Scienza e lavoro vanno insieme, poiché in Utopia la cittadinanza si lega in modo indissolubile al lavoro produttivo. Si è cittadini perché si lavora, perché si produce, perché producendo si progredisce, secondo regole razionali. È il lavoro a costruire il legame tra libertà e responsabilità. Perché il benessere aumenti, il lavoro non deve essere la schiavitù dei molti contro la rendita dei pochi: tutti devono lavorare.

Scienza e lavoro si tengono insieme in una grande macchina organizzativa che vede la partecipazione di tutta la popolazione. Su questo ci sono pagine bellissime in Moro, da rileggere oggi con grande attenzione. Per esempio, in Utopia è possibile avere una giornata lavorativa di sei ore perché l'isola ha eliminato il problema dell’inattività. Con la sua prosa ironica, Moro invita a calcolare gli inattivi degli altri Paesi, tra cui «quasi tutte le donne, la gran folla oziosa dei sacerdoti, i ricchi che la gente di solito chiama gentiluomini, il branco di fannulloni e spadaccini senza mestiere che li attorniano». Se alla confusione e al privilegio sostituiamo l'organizzazione del lavoro, allora possiamo includere tutti e ottenere per tutti la comodità e la felicità.

Ecco quindi lo spirito dell’Utopia: la fede nella necessità dell’organizzazione e del lavoro. Cacciari, percorrendo l’importanza dell’utopia per il dibattito sul marxismo nel Novecento, conclude che l’utopia sia quanto di più lontano da un’idea astratta. È invece un fattore determinante sia della storia del capitalismo (fino alla sua incarnazione attuale) sia della lotta contro di esso. Una lotta che si è combattuta anche, ovviamente, sugli stessi concetti di lavoro e di organizzazione.

Forse si potrebbe aggiungere che, nel limbo in cui viviamo, l’utopia si incarna in altre forme. Quelle che caratterizzano il nostro tempo, sempre in rapporto stretto con l’ideologia, sono soprattutto due.

La prima utopia è (era?) l’Europa. Eu-topia, il buon luogo, diventa EU-topia, lo spazio dell’Europa, per organizzare il primato del diritto, dello Stato sociale e della pace dopo le tragedie dei nazionalismi. Eppure, forse la stessa utopia europea era un’isola ingenua, legata a una stagione demografica ben precisa, non più in grado di corrispondere a un mondo ormai ben più largo dei suoi confini.

La seconda utopia riguarda le grandi potenze digitali, gli imperi digitali, non-luoghi protagonisti di questa fase del capitalismo tecnologico. Negli imperi digitali, il governo degli ingegneri diventa governo degli algoritmi, degli statistici o degli scienziati dei dati.

Anche l’era digitale contiene una promessa della pace, della conciliazione assoluta, del “buon luogo”, secondo quello che i critici hanno chiamato soluzionismo: l’idea ingenua che tutti, creando app, fondando una Silicon Valley o condividendo quello che facciamo, potremo risolvere i problemi politici e sociali e dare un senso alle nostre vite. Ma anche l’era digitale pone la questione del lavoro: la digitalizzazione dei processi produttivi porta alla distruzione del lavoro, con un nuovo primato delle rendite, oppure è una nuova forma di inclusione? Ecco un’altra sconcertante attualità dell'utopia.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Maltempo

Meteo Giuliacci, ciclone in arrivo: piogge intense e temperature in picchiata

Le nostre iniziative