La Nuova Sardegna

Il personaggio Šostakovic: grande artista, piccolo uomo

di SILVIA LUTZONI
Il personaggio Šostakovic: grande artista, piccolo uomo

La vita del compositore russo ripercorsa da Julian Barnes nel suo ultimo libro Una stratificazione non tanto di fatti ma di contradditori stati emotivi

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SILVIA LUTZONI. Senza alcuna ambizione di giungere a una ricostruzione veritiera della vita di Dimitrij Šostakovic, Julian Barnes, nel suo ultimo romanzo intitolato Il rumore del tempo (Einaudi, 191 pagine, 18,50 euro), parte da un assunto ineludibile, quello secondo cui «non c'è peggior bugiardo del testimone oculare», per suggerire al lettore che la Storia altro non è che quel luogo nel quale la fallacia della memoria e l'inadeguatezza dei documenti si incontrano. A questa Barnes preferisce la verità del personaggio.

In questo libro, nel quale si verifica un'equazione perfetta tra le parole del narratore e quelle del protagonista, lo scrittore britannico ripercorre, attraverso la stratificazione non tanto di fatti ma di stati emotivi, le vicende vissute dal compositore russo secondo cicli di sventura a cadenza dodecennale, scanditi sempre da anni bisestili, a partire dal 1936 fino al 1972: la prima data a segnare la sua prima condanna a morte da parte del Partito comunista per la sua opera «Una Lady Macbeth nel distretto di Mcensk»; la seconda, quella in cui si aspettava di morire. Una morte che, nonostante avesse più volte minacciato il suicidio, sarebbe giunta però solo nel 1975, dopo l'ultimo «untuoso abbraccio» con il Potere segnato dall’iscrizione seppur tardiva al Partito. Barnes decide di non tacere nemmeno sui più deprecabili degli atti compiuti da Šostakovic, per dipingerne un ritratto impietoso: quello di un pusillanime che per salvarsi non esitò a firmare lettere d'accusa contro Solzenicyn, Sacharov, Stravinsky, per citarne solo alcuni. Ciò non significa che non ammirasse coloro i quali avevano il coraggio di dire la verità al Potere, anche se nutriva per loro un sentimento complesso: invidiava la loro morte, il loro essere stati graziati dal tormento della vita.

Siamo nella Russia di Stalin, non dimentichiamolo: quella dove esistevano «solo due categorie di musicisti: quelli vivi e terrorizzati e quelli morti». Perciò non sembra esservi traccia di biasimo nei confronti del compositore: la sua unica colpa sembrerebbe essere stata quella di essere vissuto troppo a lungo, «il tempo sufficiente a tradire se stesso», quello stesso tempo che lo avrebbe costretto a scontare la morte nella propria coscienza. Ciò che colpisce nel romanzo è la costante ironia, «quella che si genera in quel vuoto tra come immaginiamo o speriamo si risolva la nostra vita e come di fatto si risolve». Come quando, dopo aver espresso tutto il suo disprezzo nei confronti dei «filantropi occidentali» – G.B. Shaw Sartre, Picasso – precisa, «tanto di cappello al loro idealismo. E sì, la musica in effetti sarà anche immortale, ma, ahimè, i musicisti non lo sono».

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