La Nuova Sardegna

«Un successo costruito con grande tenacia»

di Gianluca Corsi
«Un successo costruito con grande tenacia»

Curiosità e rivelazioni nella biografia dell’autrice di “Canne al vento” scritta da Elvira Ciusa

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NUORO. Nell'anno delle celebrazioni deleddiane (80 dalla morte e 90 dall’attribuzione del premio Nobel), viene data alle stampe la prima opera biografica organica di Grazia Deledda. A colmare la lacuna ci ha pensato la saggista e critica d'arte Maria Elvira Ciusa. Studiosa deleddiana, allieva di Roberto Longhi e Corrado Maltese, Ciusa ha dedicatoalla narratrice il libro “Grazia Deledda-Una vita per il Nobel”, edito da Delfino, che nei giorni scorsi è stato presentato in varie tappe isolane (a Nuoro, nell'auditorium del Museo del costume, a Sassari, nel dipartimento di Studi umanistici e sociali dell’Università).

«Questa biografia è il frutto di un lavoro faticoso _ ammette l'autrice _ soprattutto perché mi sono ripromessa di tornare alle fonti primarie».Uno “scavare” che ha riportato alla luce Grazia Deledda nel suo quotidiano: dalla «piccola casa rosa» di Santu Predu alla dimora romana di via Porto Maurizio, passando per i soggiorni cagliaritani come ospite di Maria Manca, direttore de “La donna sarda”, fino al villino «color biscotto, con le persiane di menta glaciale verde» dell’amata Cervia. E, come ha ben spiegato la saggista Angela Guiso, durante la presentazione nuorese del libro, «Maria Elvira Ciusa si interroga sul senso dello stare al mondo della scrittrice, al punto che il libro smette di essere saggio per diventare racconto quando riporta aneddoti affettuosi, incursioni nelle lettere private che sono inserti nella vita vissuta della Deledda».

Ecco allora che, accanto agli artisti noti e meno noti (Massimo Gorki, Eleonora Duse e Giacomo Puccini, Angelo De Gubernatis e Marino Moretti, ma anche un Emilio Cecchi ventottenne, col quale lei, quarant'anni, intrattenne una breve relazione), convivono figure di secondaria importanza sociale, ma di primaria importanza sentimentale. Le sorelle, Peppina e l'amatissima Nicolina, la maestra Lia Sacchetti, poi sua confidente, il «gobbetto» di Cervia «Truccolo», e il don Primo Mazzolari dei poveri e dei deboli, che Grazia Deledda conobbe e frequentò a Cicognara, paese di nascita del marito, e fece rivivere nel prete magro e ossuto di “Annalena Bilsini”.

« Ciusa – spiega Angela Guiso – compie un’operazione molto letteraria: introduce se stessa come narratrice di primo grado, per poi cedere ad un narratore di secondo grado, che scrive in terza persona. Scaltrita, in questo, dalla sua frequentazione di autori del Novecento: su tutti lo Svevo de “La coscienza di Zeno”». Il risultato è una biografia straordinaria, con notizie e aneddoti legati agli aspetti fino ad oggi meno battuti dalla storia degli studi deleddiani. Ancora la Guiso cita il rapporto con Palmiro Madesani, su cui un avvelenato quanto “piccolo” Luigi Pirandello aveva ironizzato nel romanzo “Suo marito”. La stessa Deledda rivela, in una lettera a De Gubernatis: «Devo a lui il po’ di fortuna che ha sorriso alla mia carriera letteraria». Lo chiamava «il padrone», facendo trasparire quella tipica astuzia della donna nuorese, che lascia credere di vivere all'ombra de «su mere» ma tiene ben strette tra le mani le redini della sua indipendenza e della sua realizzazione personale. L’immagine della piccola nuorese (alta non più di un metro e cinquanta, che portava il 34 di scarpe), col vestitino striminzito di colore violetto, attorniata dagli aitanti Reali di Svezia durante la cerimonia del Nobel, non deve trarre in inganno: è la stessa che, molti anni prima, sempre a De Gubernatis scriveva: «Ora sono piccola, sono umile: un giorno diventerò grande».

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