La Nuova Sardegna

La regista Marina Spada: i versi di Antonia Pozzi per cambiare lo stato delle cose

di Alessandra Pigliaru
La regista Marina Spada: i versi di Antonia Pozzi per cambiare lo stato delle cose

“Poesia che mi guardi”, il film sulla poetessa presentato alla Mostra di Venezia L’autrice a Sassari per il convegno “Fascina - Donne nel cinema italiano”

5 MINUTI DI LETTURA





SASSARI. Marina Spada, regista pluripremiata, sceneggiatrice, produttrice e documentarista, ha all’attivo numerosi film. Poesia che mi guardi, girato nel 2009 e presentato lo stesso anno al Festival del cinema di Venezia, si concentra sulla figura straordinaria di Antonia Pozzi, scomparsa a soli 26 anni nel 1938. Cesellatrice di parole, stupefatta dall’incanto del verso poetico, comincia a scrivere poesie in giovane età, senza più fermarsi. Sono componimenti lancinanti, in cui una ragazzina dell’alta borghesia milanese, esile nel corpo e dall’anima sconfinata, si misura con se stessa e l’essenzialità di una parola capace di raccontare quello che la circonda. «Dopo aver finito Come l’ombra (2006) – ci spiega Marina Spada, ospite al convegno «Fascina – Essere (almeno) due. Donne nel cinema italiano» in corso all’università di Sassari – avevo bisogno di girare un altro film che fosse un progetto possibile. Ho pensato ad Antonia Pozzi di cui avevo letto alcune poesie. Ho contattato Onorina Dino che si occupa da anni delle carte della poeta. Grazie a lei ho potuto lavorare sui testi, gli album di fotografie, i film di famiglia. Ho contattato anche Graziella Bernabò, autrice della biografia Per troppa vita, un lavoro pulito e privo di proiezioni che si cimenta con i documenti. Insieme a loro due abbiamo fatto questo percorso».

Perché un film su Antonia Pozzi?

«Per riconoscerle un posto nella letteratura italiana che le è sempre stato negato. Credo che si abiti il mondo per cambiare lo stato delle cose. Se riesci a mutare anche solo di un millimetro la realtà, significa che il tuo lavoro l’hai fatto, che ha avuto un senso».

In tutti i tuoi film Milano è sullo sfondo. Anche in “Poesia che mi guardi” è così importante?

«Insieme ad Antonia Pozzi e a Maria, che è la voce narrante, la città di Milano è il terzo dei personaggi. A latere c’è poi il gruppo poetico H5N1, realmente esistito, da me scelto per transitare la figura di Antonia nel presente. Il tema di fondo è infatti la necessità della poesia oggi, poi diventa un film su Pozzi. Antonia Pozzi si laurea nel 1935 scegliendo come relatore Antonio Banfi, docente di Estetica e Storia della filosofia alla Statale di Milano. Le sue amicizie, tutte interne alla scuola banfiana, da Vittorio Sereni a Enzo Paci e Dino Formaggio, solo per citarne alcuni, sono quelle che per prime la avvertono della trascurabilità della poesia rispetto alla speculazione filosofica».

Ma lei è ostinata, è così?

«È stata molto coraggiosa, nonostante il giudizio severo e ingiusto dei suoi compagni. Negli anni Trenta, il genere letterario riconosciuto e valorizzato come eventuale testimone della crisi della modernità, veniva ritenuto dalla scuola banfiana il romanzo storico. Fare poesia era fuori discussione. Lei ha anche provato a cimentarsi nell’impresa, ci sono delle lettere alla nonna Maria, figura centrale nella sua vita, in cui Antonia le promette che andrà a trovarla per mettere insieme una sorta di epopea sulla Lombardia agricola, del resto la famiglia di sua madre era latifondista. Purtroppo il risultato, da un punto di vista letterario, è senza valore. C’è un componimento, datato 23 agosto 1934, in cui si capisce benissimo a cosa era destinata e la qualità della sua relazione viscerale con la poesia a cui si rivolge infatti come a una voce profonda: “tu sai se io manco e mi perdo, tu che allora ti neghi e taci (...) ho camminato sul prato d’oro che fu mio cuore, ho rotto l’erba, rovinata la terra”. Del resto già all'età di 17 anni scrive versi, comincia a scalare le montagne e a scattare fotografie. Tutto insieme».

L’utilizzo delle immagini è stato per Antonia Pozzi un ponte necessario alla scrittura?

«Sì, ci sono fotografie che testimoniano i nuclei visivi di alcune sue poesie. E anche nei diari affronta la questione. In questo senso è stata molto moderna e ai suoi scatti sono state dedicate svariate mostre».

La sua figura non ti ha abbandonata neppure nel film successivo a “Poesia che mi guardi”. Nel 2010 dirigi “Il mio domani” che prende il titolo da un suo verso. In che modo le sue parole hanno continuato a lavorarti dentro?

«In un modo che non avrei creduto. C’è una scena in cui Monica (interpretata da Claudia Gerini) parlando con il nipote fa riferimento alla bellezza della montagna, socchiudendo gli occhi dice che le sembrava più bello del mare. Le parole legate all’infanzia immaginifica sono prese esattamente da Pozzi. Anche la chiusura del film è dedicata a una sua poesia».

Come hai lavorato sulla lingua? L'hai trasformata per renderla più contemporanea o non hai dovuto applicare troppi cambiamenti?

«Non mi importava riportare l’interezza delle poesie. Ne ho invece espunto alcuni tratti per sottolineare dei passaggi del film. Ho usato l’immagine più forte ed efficace. Questo perché è molto diverso leggere un testo poetico in un libro e sentirlo mentre guardi delle immagini. Il tema concerne anche la video-poesia, ovvero come illustri, accompagni o raddoppi un testo poetico. In una scena del film, per esempio, cito alcuni suoi versi del 31 gennaio 1933 in cui parla del suo bambino finto, cioè di questa bambola a cui aveva fatto un vestitino all’uncinetto e che girandola diceva mamma. Antonia aveva un grande desiderio di maternità. Nelle sue poesie spesso contrappone la sua sterilità alla prolificità della natura, quindi molta fecondità, molte nascite. In uno dei film di famiglia che ho visionato, lei riprende un bambino che saluta con la manina un traghetto che passa. L’associazione con le parole di Pozzi era scontata, sarebbe apparsa quasi didascalica. Ecco perché il bambino finto con cui evoca il suo desiderio di avere un figlio l’ho voluto accompagnare alle immagini di un bacino vuoto ripreso in una radiografia. All’epoca delle riprese, il collettivo di intervento poetico H5N1, aveva al suo interno alcuni medici. E sono convinta che entrambi, medici e poeti, vedano sotto la pelle delle cose».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Maltempo

Meteo Giuliacci, ciclone in arrivo: piogge intense e temperature in picchiata

Le nostre iniziative