La dimensione universale del dolore nato nell’infanzia
“Un bene al mondo” di Andrea Bajani è un romanzo mascherato da favola Storia senza tempo di bimbi senza nome ambientata in un paese di montagna
GIUSEPPE MUSSI. «C'era un bambino che aveva un dolore da cui non voleva mai separarsi. Se lo portava dappertutto, ci attraversava il paese per andare a scuola tutte le mattine. Quando arrivava in classe, il dolore si accucciava ai suoi piedi e per cinque ore se ne stava senza fiatare». Così Andrea Bajani ci presenta il protagonista del suo ultimo lavoro, “Un bene al mondo” (Einaudi, pp. 134, 16,50 euro), un romanzo inusuale, mascherato da favola per assurgere - attraverso la semplicità del linguaggio che suggeriscono gli occhi dell'infanzia - a una dimensione universale.
E per spingere ulteriormente in questa direzione l'autore sceglie di non attribuire alcun nome ai suoi personaggi, ambientando questa storia senza tempo in un piccolo paese ignoto ai piedi di una montagna, con la sua chiesa, la sua piazza, il suo cimitero e la sua stazione: quella che invita, suadente, verso un confine sconosciuto. Nessun altro dettaglio è disponibile: il lettore viene assorbito completamente dal seguire gli obliqui percorsi del piccolo protagonista, sempre accompagnato - e infaticabilmente - dal suo fedele dolore, mentre si misura penosamente con la propria famiglia che pare investire non senza una innocente brutalità, e dentro una spirale di cieco determinismo, anche il suo destino.
Al di fuori della casa c'è un mondo ostile, che ignora o al massimo schernisce quel bambino che passeggia con il proprio dolore; un mondo in cui è impossibile stabilire un contatto vero. Almeno finché una bambina “sottile” (anche lei ha il suo piccolo dolore) non riesce ad avvicinare il protagonista e stabilire con lui un contatto che cambierà entrambe le loro vite. Il loro sarà un rapporto di parole mancate, di pochi gesti significativi, esposto al rischio di quel gravoso determinismo che domina senza fatica le esistenze di uomini, donne e bambini.
È chiaro: Andrea Bajani vuole parlarci dell'inevitabilità e ineluttabilità del dolore, senza elucubrazioni, restituendo attraverso la scrittura la semplicità del mistero dell'esistenza. Un paradosso certamente irrisolvibile, ma che può regalarci, diversamente dal Leopardi citato in esergo ai ringraziamenti, almeno per una volta, anche un solo “bene” al mondo; per quanto questo bene sia fugace, fragile ed effimero.
Una condizione, questa, che ci obbliga a riflettere sulla nostra esistenza, sul nostro percorso, per arrivare à rebours fino alle nostre radici: cos'è rimasto, cosa ci lega, cosa ci spinge e cosa ci ostacola di ciò che ci ha lasciato, dentro, la nostra infanzia?
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