La Nuova Sardegna

Sassari, chiude “Marosi di Mutezza” Teatro oltre la tradizione

di Grazia Brundu
Sassari, chiude “Marosi di Mutezza” Teatro oltre la tradizione

La rassegna teatrale organizzata dai Meridiano Zero si è conclusa domenica scorsa al Ferroviario

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SASSARI. La tradizione è dura a morire, come le frasi fatte, le domande retoriche e i quiz a risposta multipla. E se poi muore solo per lasciare posto a nuovi codici nati già asfittici, allora è fatica sprecata. Semplificato all’estremo, questo è uno dei temi più urgenti declinati da diversi punti di vista nell’undicesima edizione di “Marosi di Mutezza”, la rassegna teatrale organizzata dai Meridiano Zero che si è conclusa domenica scorsa al Ferroviario di Sassari. Sette lavori dalle tematiche nutrienti e di grande forza espressiva, un concerto del compositore elettronico Francesco Medda-alias Arrogalla, il nuovo spettacolo del burattinaio Tonino Murru (Is Mascareddas), un laboratorio di espressione corporea e uno di critica, un incontro sulle potenzialità, anche economiche, della cultura.

Tutto condensato in cinque giorni intensi e partecipati, almeno per gli standard del pubblico cittadino di quell’entità multiforme che convenzionalmente si chiama (ancora) teatro “off”.

Un teatro che, come dice Marco Sanna dei Meridiano Zero «resiste senza arrendersi a quella mutezza» che minaccia di imbavagliare chi fa teatro professionale sganciandosi dal repertorio classico e dai circuiti ufficiali ben finanziati. Proprio Sanna, per tornare al tema di partenza, ha presentato in anteprima cittadina una tradizione in gramaglie, personificata (oltre che diretta) da lui insieme all’altra anima della compagnia, Francesca Ventriglia, e da Maria Luisa Usai e Felice Montervino (a Sassari anche con il potente monologo grottesco “Uno è trino”).

In “Nord Nord Ovest” quattro entità vestite di nero, sedute a un tavolo apparecchiato con pignoleria da salotto borghese, aspettano assaliti dalla noia di essere dimenticati definitivamente da un mondo che sembra incapace di creare qualcosa di nuovo, di rinunciare a una mortificante coazione a ripetere. Si ride per i dialoghi surreali tra le due coppie opposte e speculari (una compassata, l’altra assalita da improvvise esplosioni di inutile vitalità) e per il siparietto finale in stile anni Ottanta, ma resta un senso di disagio nel rendersi conto che l’enorme specchio-schermo sulla scena non riflette solo la desolazione dei personaggi ma anche le domande inespresse della sala. Un’imbarazzata immedesimazione torna anche di fronte alla metaforica partita a ping-pong tra Angelo Trofa e Valentina Fadda (compagnia Batisfera), che invece di una pallina si rilanciano in continuazione, con concitati toni sopra le righe, la domanda «come stai?», anche nella variante che da il titolo alla pièce: «Come sto». Naturalmente sulla scena e nella vita la risposta non conta niente: è solo un rassicurante minuetto sociale, costretto a restare in superficie per non spalancare abissi di pericolosa introspezione. Getta una luce impietosa sulle mistificazioni della storia e sulla retorica all’italiana il bellissimo monologo di Daniele Timpano, “Aldo morto” (vincitore del Premio Rete critica 2012).

Partendo dal rapimento e dall’uccisione di Aldo Moro, in un’ora e mezza di racconto serrato il regista e attore romano smonta la sintesi che riduce la morte di un uomo a una data sui libri di storia. O, peggio ancora, al materiale per spettacolarizzazioni giornalistiche, televisive e cinematografiche. Sono piaciuti molto anche “Century” di Anna De Stefanis e “Ho un vizio al cuore” dei toscani Pilar Ternera. Il lavoro più spiazzante di quest’anno è però quello scelto come finale della rassegna: “Io muoio e tu mangi” di Paola Vannoni e Roberto Scappin (Quotidiana.com). Straordinari nel sottrarre, attraverso una scrittura cesellata fatta di raffinati non sense e di una recitazione stilizzata e anti-empatica, qualsiasi traccia di buonismo, idealizzazione e pathos consolatorio da un tema sconvolgente come quello del fine vita e dell’accanimento terapeutico.

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