La Nuova Sardegna

Intervista con la cantante algherese Claudia Crabuzza: «La mia Frida: arte e passione»

di Grazia Brundu
Intervista con la cantante algherese Claudia Crabuzza: «La mia Frida: arte e passione»

Un video dedicato all’artista messicana. Oggi la prima nell’Atelier Parabatula di Sassari

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SASSARI. In tempi di superfici riflettenti – schermi di telefonini e selfie quotidiani, monitor di Tv e profili social – c’è chi sceglie di specchiarsi, in maniera non banale, in un’artista straordinaria vissuta dall’altra parte del mondo e morta ormai sessant’anni fa.

Un’artista, Frida Kahlo, da molti consumata e digerita, al passo con i tempi, in modo rapido, usa&getta, come altre innumerevoli icone pop. Non da Claudia Crabuzza, però. Lei, Targa Tenco 2016 per “Com un soldat” (distribuito da Felmay) per il miglior disco in dialetto – in questo caso, il catalano algherese lingua minoritaria – dietro i ritratti ieratici della pittrice messicana, sofferente nel corpo ma straripante di forza espressiva, vede sempre la donna.

Rivoluzionaria, coraggiosa e allo stesso tempo piena di contraddizioni. Già tredici anni fa, insieme alla sua band dei Chichimeca, la cantautrice algherese le aveva dedicato uno splendido “Valse di Frida”. Adesso, con il primo disco solista – che finalmente riporta in Sardegna, per la quarta volta, le prestigiose Targhe Tenco assegnate anche a Maria Carta, ai Tazenda e, ad Andrea Parodi con Elena Ledda – torna a parlare direttamente con lei. Lo fa con parole di una musicalità ipnotica in “L’altra Frida”, il cui video, girato nel museo della stazione di Tempio dal suo compagno Fabio Sanna, autore delle musiche del cd, viene presentato oggi in esclusiva a Sassari.

L’occasione è la mostra “Per voto fatto” (Atelier Parabatula, che apre oggi alle 19) dell’artista Giovanna Maria Boscani, che insieme ad Alessandra Mura ha curato le scene e i costumi del video, interpretato dalla Crabuzza insieme a Ruxandra Rossi. La canzone dedicata a Frida Kahlo (miglior testo, ex equo con i Mau Mau, al Premio Parodi) è anche un punto di partenza per parlare di alcuni temi ricorrenti nel lavoro e nella vita dell’autrice.

A venticinque anni è voluta andare in Messico per cercare e capire il mondo di Frida. Cosa l’ha affascinata di lei?

«Come primo impatto la forza espressiva straordinaria delle sue opere. Poi, venendo a conoscenza della sua storia, sono rimasta incantata dalla volontà di una donna, che oggi chiameremmo disabile (aveva una malformazione alla spina dorsale e dopo un incidente subì numerose operazioni, ndr) ma che nonostante tutti i grandi problemi di salute non si è mai fermata, ha dato sempre il cento per cento. Oggi capita di spaventarsi e fermarsi per molto meno».

Il maggiore rimpianto di Frida Kahlo era quello di non essere riuscita a diventare madre.

«Sì, è una sensazione che ho provato molto forte visitando la Casa Azul, a Coyoacan, dove visse con il muralista Diego Rivera e leggendo il suo diario che è a disposizione dei visitatori. Si avverte la forza di una passione molto grande ma priva della gioia di un figlio che avesse gli occhi di lui e insieme quelli di lei».

La maternità è un tema importante del disco. Soprattutto in “Ernesto”, una ballata con parole piene di tenera apprensione per una vita che cresce. Che ruolo ha la tenerezza per lei, al di là del ruolo materno?

«Quello che viene più fuori del mio carattere di solito non è il lato tenero, anzi. Semmai quello combattente. La tenerezza per me sta nella comprensione e compassione nei confronti dell'altro, nel migliore dei sensi». In tutto il disco è molto presente l’amore nei confronti della vita, della natura, dei figli. Manca, però, quello romantico».

In questo si sente diversa da Frida?

«Frida aveva tutta la purezza dell'amore romantico, moltiplicato per l'esagerato e bellissimo sentimentalismo messicano. Io – credo come chi ha figli, e io ne ho tre – ho una visione delle cose molto concreta e serena riguardo all'amore. Però al mio compagno ho regalato un racconto sul nostro incontro!».

Frida Kahlo è riuscita a imporsi in un ambiente tradizionalmente maschilista come quello dell’arte. Anche lei, Claudia, è un’eccezione nel mondo della musica italiana. A venticinque anni guidava già un trio, i Chichimeca, formato per il resto da uomini. È stato difficile?

«All’inizio alcuni dei musicisti ai quali mi ero rivolta per formare il gruppo erano infastiditi dal fatto che ci fosse una ragazza, e per di più giovane, a dare la direzione. Le donne autrici e cantanti sono veramente poche. Con Andrea Lubino e Fabio Manconi, invece, siamo entrati subito in sintonia, e lo siamo ancora oggi, tanto che mi hanno accompagnato al Tenco come musicisti, insieme a Caterinangela Fadda e Felice Carta».

A proposito del Tenco, qual è stata la soddisfazione più grande?

«Quella di aver cantato sullo splendido palco dell’Ariston senza dover partecipare a San Remo!».

In “Com un soldat”, tra prevalenti sonorità pop e rock si avvertono echi del Messico, sia nei suoni che in una più generale visione della vita?

«Sì, per esempio in “Mare antiga” che racchiude ciò che intendo per spiritualità naturale e racconta in particolare del rito che ho imparato dagli indios del seppellire nella terra la placenta dei figli, come risarcimento e restituzione di una piccola risorsa. E poi c’è il tema del dolore, della morte, vissuto dai messicani come qualcosa che fa parte della vita e non si può evitare. Una cosa che cerco di trasmettere ai miei figli, facendo capire che tutto ciò che possiamo fare è godere al massimo del tempo che abbiamo, cercando di lasciare una buona traccia del nostro passaggio.»

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