La Nuova Sardegna

Michele Ciacciofera Alla ricerca dell’arcaico che sopravvive nell’oggi

di Paolo Curreli
Michele Ciacciofera Alla ricerca dell’arcaico che sopravvive nell’oggi

Nato a Nuoro, vive a Parigi ed espone nel mondo da Pechino a Venezia «Le mie origini giocano un ruolo fondamentale in quello che faccio»

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SASSARI. Michele Cicciofera, (nato a Nuoro nel 69, da padre siciliano e madre, Grazia Cambosu, nuorese) è una delle più interessanti personalità dell’arte contemporanea. In questi giorni è in Sardegna per una ricerca legata ai suoi lavori. Vive a Parigi e recentemente è stato ospite della fondazione americana Civitella Ranieri, un castello in Umbria che apre le porte alle residenze di artisti. Qui è stato impegnato nella realizzazione delle opere che presenterà in diverse esposizioni nel mondo. Nella sua arte, fatta di installazioni, oggetti, sculture ma anche di moderne videoproiezioni l’arcaico ha un ruolo di rilievo («ancestrale e misterioso» lo ha definito l’artista).

Il tempo, l’arcaico, la memoria, sembra qualcosa che si deposita sull’arte che propone, in fondo temi comuni anche a Maria Lai o Pinuccio Sciola?

«La nostra identità è la storia delle generazioni che ci hanno preceduto, scritta dal sistema di segni concreti e immaginari che la rappresentano. Ammiro molto l’opera di questi due grandi artisti sardi che ho avuto l’onore di conoscere. Una delle cose che mi ha colpito in giro per il mondo è che questa attenzione verso qualcosa di profondo ed eterno è comune a molti artisti che provengono da culture che non hanno ancora perso il legame col senso della natura e dell’universo. Penso al brasiliano Ernesto Neto che da anni lavora sulla cultura sciamanica dell’amazzonia o ad artisti messicani come Gabriel Orozco. Una forte tendenza nell’arte contemporanea. Da questo punto di vista la Sardegna è come un scrigno prezioso dove le ere, geologiche ed umane, si sono stratificate. Ho tenuto un discorso sul mio lavoro a Civitella accompagnandolo con immagini della Sardegna: la sua storia, la sua cultura e il patrimonio storico sepolto. Ha suscitato un interesse incredibile e tutt’ora continuo a ricevere domande da tutto il mondo».

Un tempo che si allontana da una linea cronologica moderna, impegnata a costruire un futuro che serva solo a seppellire il passato?

«Un’evoluzione che trova solo in sé stessa le ragioni e la giustificazione del proprio divenire rompe un equilibrio tra l’uomo e l’universo vivente. Cerco un tempo riservato al suo essere “momento non privilegiato” di altri momenti eguali di un tutto. Per i greci, gli eoni, le età del mondo, si susseguivano ciclicamente e ciò costituiva il principio alla base dell’armonia totale, che permetteva di attualizzare una dimensione di eternità primitiva, secondo un ordine che sfugge spesso alle capacità di pensiero dell’uomo contemporaneo».

Come si traduce nella sua produzione?

«Tempo fa lavorando a sculture e disegni, progetti per delle installazioni, a delle forme che derivano in maniera astratta da quelle naturali ho prodotto immagini ed oggetti che richiamavano dei fossili (trilobiti, ricci marini...), tutti provenienti da mari scomparsi ma trasformatisi geologicamente. Ho cominciato a riflettere su una nuova ricerca concettuale in cui la dissoluzione di un elemento fisico era punto di partenza per generare qualcosa di nuovo che tornava in modo circolare all’origine di tutto. Sono disegni, pitture e sculture ma soprattutto insiemi, installazioni in cui i miei lavori in materiali diversi (ceramica, cemento, cera...) interagiscono con, ad esempio, oggetti che colleziono o luoghi che non smetto di esplorare prospettando una sorta di simbologia del divenire della materia».

Appare come una raccolta molto poetica e intensa, da cosa è guidata?

«Dall’abitudine di collezionare oggetti, che è per me una sorta di mosaico con cui ho creato una ragnatela che si intreccia con il mio lavoro. Questi oggetti – ceramiche mediterranee di varie provenienze, pietre, fossili, fotografie, libri –, hanno attirato anche una mia visione della vita e del cosmo. Dei veri e propri archivi, delle tessere che mi hanno consentito di creare un orizzonte in cui mi riconosco, nella solitudine del lavoro in studio in una bolla protettiva. Sono frammenti di storia, da qui il rapporto con il tempo che ho sempre desiderato di poter manipolare. Infatti è proprio il loro rapporto con il tempo che li definisce come depositi di storie, amuleti magici di un mondo parallelo su cui la traccia dell’uomo o della storia del cosmo hanno formulato un messaggio per il futuro».

Quanto incide in questa raccolta/universo la Sardegna?

«La mia origine in questa prospettiva non solo si inserisce ma gioca un ruolo fondamentale e necessario. Andai via dalla Sardegna da bambino con la mia famiglia, pur non avendo mai interrotto il legame fisico con l’isola, fatto di viaggi e vacanze. Mia madre mi trasmise un amore profondo, ma non nostalgico, per la terra dove sono nato, nutrendolo con letture e storie che nel mio immaginario infantile suonavano come racconti magici. Le fonti erano spesso la Deledda, Satta, Miele Amaro di Salvatore Cambosu, che trovavano poi un confronto reale nel corso dei periodi che almeno due volte all’anno trascorrevo in Sardegna. Ciò fino all’età di 18 anni, quando tornai a Nuoro per giocare a basket e per iniziare l’impegno artistico con colui che divenne poi il mio amico più caro: Giovanni Antonio Sulas».

Un’esperienza formativa

«Fu un periodo di ricerche, di impegno tecnico, di asseverazione di qualcosa che si era stratificato durante tutta la mia infanzia in modo fantastico. Durò qualche anno, continuai poi la mia attività artistica nuovamente in Sicilia, negli Stati Uniti ed infine a Parigi dove ormai vivo da parecchi anni. Questo allontanamento dall’Isola mi ha dato la possibilità di mettere a confronto – viaggiando molto – la precedente esperienza con scenari estremamente diversi tra loro. Avendo inoltre contemporaneamente approfondito gli studi di sociologia, antropologia e filosofia ho potuto collegare esperienze tanto diverse in un unico percorso espressivo».

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