Intervista con Igort: «Rinominare il mondo per cambiarlo»
L'infanzia in una Sardegna amata e odiata. E poi il laboratorio creativo di Bologna
CAGLIARI. Il bambino attraversa la copertina con le sue riviste di fumetti sotto il braccio; tiene in mano un palloncino giallo con la scritta “Sex Pistols”. Va incontro al gigante mite di Bowie - Aladdin Sane, mentre dal titolo, My generation, scendono astronavi e spille punk.
Romanzo di formazione che mette ordine tra i sogni di una generazione e la realtà con cui si è trovata a fare i conti, l’ultimo libro di Igort è stato presentato pochi giorni fa a Lucca Comics e sarà in libreria il 10 di questo mese, edito da Chiarelettere. Trecento pagine di una scrittura asciutta, ironica, a tratti folgorante, per raccontare, con gli occhi di baby Igor, Cagliari, Londra e Bologna, tappe di una grande stagione di creatività e sperimentazione, di contaminazione tra cultura alta e b-movie, prima della grande restaurazione.
Seduto al tavolo su cui disegna da quando aveva 14 anni, nella casa di Capitana, Igort spiega My generation, dove i fumetti evocano, in poche pagine, l’inizio di una avventura: «Con il tempo nei miei libri la scrittura ha preso sempre più spazio. I libri nascono in modo del tutto naturale, non sono dei progetti. Comincio a lavorare, prendo appunti su piccoli album. Poi, a un certo punto, la materia si condensa: li chiamo quaderni per questo. Per My Generation ho pensato a un romanzo, perché la scrittura è più evocativa del disegno, con l’idea di raccontare una mitologia delle cose che ci hanno nutrito a cavallo degli anni Settanta e Ottanta».
My generation è diviso come un disco in vinile, tra lato A e B, con un contrappunto di brani che fa da colonna sonora...
«La musica in quel periodo si faceva racconto. David Bowie o Lou Reed non componevano canzoni ma grandi narrazioni: Bowie portava il pulp e le mitologie della fantascienza nella musica, ha creato il racconto di quella generazione. My generation è la mappa di come la controcultura si era organizzata fino a diventare un tessuto vasto e robusto connettivo estremamente importante. Una serie di cose si erano messe in asse, erano diventate il tessuto culturale della mia generazione. Oggi viviamo in un eccesso di informazioni, ma cosa succederebbe se la rete si organizzasse come noi negli anni Settanta? Il mio è un romanzo di formazione in cui racconto in maniera anche ironica lo scontro generazionale con i valori di mio padre. E’ la storia di come un bambino inizia a fabbricarsi degli attrezzi che gli serviranno per la vita successiva. Tutto questo sognare diventa la matrice dell’esistenza: io continuo anche oggi a scrivere e disegnare tutti i giorni, un’attività che non è mai cessata da quando ho memoria.
Il romanzo si nutre di fantasie, sogni, visioni. E i primi personaggi che incontriamo sono gli extraterrestri…
«Il libro è una mappa di cose che hanno solcato la cultura alta e la cultura bassa. Oreste del Buono e Gianni Celati sono dello stesso giro. Celati mi raccontava che, insieme con Calvino, Del Buono e Vittorini, progettavano di fare Ali Babà, una rivista dove pubblicare fumetti. Questa dimensione, che è stata la grande conquista della mia generazione, è ora rimessa in discussione. Basta pensare a Dylan: ancora ci si scandalizza perché danno il Nobel a uno che scrive canzoni. Io lo davo per acquisito. La fantascienza e i supereroi hanno generato i miti culturali di tutta un’epoca, se li diamo per scontati non ne capiamo l’importanza. La fantascienza coi suoi extraterrestri ora è un genere morto, non interessa più nessuno. Ma io penso al valore che ha avuto per noi Stalker di Tarkovsky o 2001 Odissea nello spazio di Kubrick. Passando attraverso gli scrittori di fantascienza abbiamo edificato un modello di esplorazione esistenziale che confinava con quello dei sudamericani: Borges, Juan Rodolfo Wilcock, Cortàzar. Dopo arrivava Baudrillard col suo saggio sui simulacri. Ma Philip K. Dick è per me uno dei pilastri della cultura del Novecento, come Vonnegut o Ballard. Devo specificare che Chandler, nonostante raccontasse le vicende di un detective, era un grande scrittore? Poteva raccontare detective o spazzini, aveva comunque un grande sguardo».
I luoghi nei romanzi hanno un valore simbolico. Cagliari è vista da via Dante 71, dove si consuma l’infanzia incantata e feroce di Igort.
«Dai grandi scrittori ebrei americani ho preso l’idea del racconto attraverso la famiglia: raccontare me stesso come tessera di un mosaico più ampio, raccontare i Tuveri, quella casa dove tutti venivano e io continuavo a disegnare. Far parte di una famiglia in qualche modo felliniana è poi una fonte inesauribile per la scrittura. Nel racconto mi affascina collegare le cose. Tramite la rete è possibile trovare i filmati di Bowie del 1974: posso rivedere adesso, con un salto quantico, il momento in cui, nel 1974, aprivo la copertina del disco David Live: quelle emozioni si sono depositate dentro di me e hanno creato l’Igor di oggi, quarantadue anni dopo. Le passeggiate alla stazione, all’edicola de Su Cagalloni, erano un cammino iniziatico. My generation è una scatola magica: volevo raccontare di come Arancia meccanica mi ha cambiato la vita. Quando incontro la costumista di quel film, Milena Cannonero, e lavoro con lei, tremo; perché io mi vestivo come i personaggi di quel film, quando avevo 16 anni».
La fuga dall’isola per inseguire i sogni di gloria ha una meta precisa: la Bologna del Dams.
«A Bologna le lezioni di Umberto Eco si ascoltavano dal corridoio perché si era in tanti: la gente arrivava un’ora prima a prendere il posto. Il Dams era un luogo di aggregazione, si frequentavano Eco, Calabrese, ma anche Celati, Camporesi: era quello il livello con cui ti misuravi. Entrare in contatto con quella scena ci faceva sognare, pensavamo di avere il diritto di esserne parte».
Il debutto di Igort a Bologna è fatto di una volontà titanica, ma anche del duro contatto con la realtà.
«Mi sono divertito moltissimo e ho scritto in una maniera talmente nuda, sincera, ma anche spero autoironica, che ogni tanto avevo dei dubbi. Il pudore doveva cedere il passo al vero. Mi sono trovato a ripercorrere il passaggio dell’uscita da quest’isola amata e odiata. Ogni volta che ci tornavo, dopo due giorni sentivo la sua morsa sul collo. Per trent’anni è successo questo. Fino a quando non ho cominciato a sognarla, la Sardegna, e a pensare di disegnarla. Ho voluto che mia figlia nascesse qui perché secondo me le isole sono straordinari trampolini per salti mortali: chi ha il mare attorno deve volerlo superare, altrimenti ci annega. Bologna mi appariva quasi scandalosa nella sua spudorata fisicità. Venivo da una terra metafisica, spaccata dal sole, bruciata da venti nordafricani, e arrivavo in un paradiso in cui la gioia era possibile senza il retaggio cattolico, senza echi spagnoli. Bologna era la pista dove fare la tua corsa. Ecco, My generation è questo: una festa, un viaggio iniziatico nella vita gioiosa che profuma di sogno, un viaggio iconoclasta alle proprie radici, in quelle cose che determinano la nostra forma. Che per me furono il disegno, il racconto, la musica, e la fantasia oltraggiosa del punk rock».
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