Dal Medioevo a oggi un’isola aperta al mondo
Il libro di Leopoldo Ortu “Storia della Sardegna”, con saggi di Attilio Mastino, Pietro Meloni e Gianluca Scroccu
Pubblichiamo una parte dell’introduzione di Luciano Carta al volume curato da Leopoldo Ortu “Storia della Sardegna. Identità e specificità dei sardi”, appena mandato in libreria dalla Cuec.
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Come qualcuno potrebbe erroneamente ritenere, la parte “metodologica” del libro di Leopoldo Ortu “Storia della Sardegna. Identità e specificità dei sardi dalla preistoria ad oggi” non costituisce affatto un ornamento estrinseco, e il tema è costantemente richiamato dall’autore anche nel corso della trattazione delle diverse epoche storiche.
Lo storico, secondo i canoni più accreditati dello statuto epistemologico della disciplina, deve in primo luogo, avverte Ortu, «stare ai fatti». Ciò non significa, ovviamente, ricadere nel «feticismo del fatto» di ascendenza positivistica, presupposto che la moderna teoria del metodo storico ha seppellito da molto tempo. Come tutti sappiamo, l’elemento soggettivo è fondamentale e insopprimibile nella comprensione del fatto storico, anche se la soggettività dello storico non può mai tradursi in arbitrarietà nell’interpretazione, ciò che dà luogo al pericolo mortale della mitizzazione di particolari aspetti di un periodo, di un personaggio, di un fenomeno.
«Stare ai fatti» significa, in primo luogo, grande attenzione alle fonti storiografiche, ricerca paziente e meticolosa della documentazione archivistica e bibliografica, capacità di comprendere e di valutare la complessità del prisma storico. Significa anche, quando ciò non sia strettamente necessario, evitare di trascurare o andare oltre la tradizione, ad esempio nella scansione cronologica delle varie epoche, che in qualche caso ha portato a svisamenti paradossali, a percorsi artificiali, a deviazioni improponibili nella secolare «strada della storia», come la definisce l’autore. Operazioni di questo genere, con cui Ortu polemizza in modo assai vivace, sebbene mai irriguardoso dell’opinione altrui, rispondono, a suo giudizio, all’errato proposito di voler ricostruire il senso della storia attraverso una curvatura eccessivamente ideologizzata dei fatti storici, fatta al fine di delineare un percorso tutto incentrato sull’affermazione di un’idea forte, ritenuta, a torto, capace di riassumere la incomprimibile complessità della realtà storica.
Così, ad esempio, per entrare più nel merito dei passaggi più polemici del libro, secondo Ortu non ha grande senso l’operazione fatta da un illustre storico sardo contemporaneo di retrodatare al 1324, data della conquista aragonese, l’inizio dell'età moderna della storia della Sardegna, con l’intento di sottolineare e nobilitare la statualità del Regno di Sardegna e Corsica, autentica invenzione di papa Bonifazio VIII; una statualità nata agli albori del secolo XIV, che si sarebbe consolidata e affermata nei quattro secoli della dominazione aragonese e spagnola e negli oltre due secoli della dominazione sabauda, attraverso il Regno sardo-piemontese prima e successivamente, senza soluzione di continuità, attraverso il Regno dell’Italia Unita, per continuare a sussistere ancora oggi, tesaurizzata e quasi incarnata nella Repubblica italiana, nata sulle ceneri della monarchia sabauda e del fascismo, secondo un presunto criterio di ininterrotta continuità storica.
Un caso esemplare di mistificazione dei fatti storici, secondo Ortu, perché, ergendo a una funzione ipostatica un solo elemento di un complesso processo storico, la statualità appunto, non solo si dà luogo a una molto improbabile primazia sarda nella formazione di uno Stato moderno – che peraltro nella sua impalcatura istituzionale conserverà addirittura fino alla metà dell’Ottocento una configurazione feudale, caratteristica che ha ben poco da spartire con la formazione dello Stato in età moderna – ma ottiene il risultato, assai discutibile, di considerare identiche realtà statuali tra loro del tutto diverse (il Regno d’Italia nato dalle lotte risorgimentali è altra cosa dal Regno di Sardegna di origine medioevale, è un’individualità statuale diversa dal Regno di Sardegna) e per giunta formatesi in età e per finalità politiche e sociali proprie di contesti e secoli diversi.
La storia dei popoli, sembra concludere nel merito Ortu, non può essere piegata a esigenze così marcatamente ideologiche e semplificatorie. Ciò che maggiormente deve interessare nello studio della storia dei popoli, e specificatamente della nostra isola, sono gli aspetti reali della vita degli uomini, e in tale realtà, insieme all’aspetto istituzionale, devono essere letti, ossia interpretati con equilibrio e completezza, gli aspetti economici, sociali, culturali, politici, linguistici, della mentalità.
Ecco perché, secondo Ortu, è saggio continuare a seguire la via maestra della tradizione nella cronologia storica della Sardegna, la quale, al di là di ogni altra considerazione, offre il grande vantaggio di cogliere meglio la complessità della società sarda e la sua interattività con le società, le istituzioni, le culture di ogni secolo e di ogni periodo storico, evitando così di creare specificità, o identità che dir si voglia, artefatte.
Perché – e si tratta di una delle convinzioni più profonde espresse dall’autore – la Sardegna, pur con le sue specificità, la sua identità, non è mai stata, come non lo è oggi, nel cammino della civiltà, un corpo separato, diverso, altro rispetto agli altri popoli e alle civiltà coeve; non è mai stata, e non è, la periferia dell’Europa e del mondo, ma è stata sempre, ed è ancora oggi, nel senso pieno del termine, contemporanea agli eventi storici nei quali è vissuta lungo i secoli. Ciò che equivale a dire che la Sardegna è stata sempre un corpo vivo nel contesto storico di ogni epoca, e come tale in rapporto dinamico con gli altri popoli, dalla civiltà dei quali ha molto ricevuto, ma ha anche, secondo le sue possibilità, sempre dato, in un rapporto di dignità e di parità.
© 2016 CUEC EDIZIONI CAGLIARI
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