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I tagli a “Cosima": Deledda vittima del perbenismo

I tagli a “Cosima": Deledda vittima del perbenismo

Ecco che cosa emerge dall’edizione critica del romanzo postumo: sulle pagine interventi di revisione degli editor ma anche del figlio Sardus

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Pubbliciamo una parte dell’introduzione di Dino Manca all’edizione critica di “Cosima”, il romanzo di Grazia Deledda che la casa editrice Edes ha appena mandato in libreria. Il volume è curato dallo stesso Manca, docente nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Sassari.

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Fu Sardus, il figlio di Grazia Deledda, a trovare, in un cassetto della sua casa, un autografo di 277 carte, senza titolo e senza la parola “fine”. Si trattava di un elaborato inedito contenente memorie romanzate della madre sul periodo nuorese, una sorta di schermata autobiografia tradotta in finzione letteraria, il cui intreccio si dipanava sul filo di una narrazione di sé fatta in terza persona. Quindici giorni dopo il Quadrivio pubblicò in prima pagina una riproduzione in facsimile dell’ultima carta del manoscritto, da Sardus ceduta ad Alfredo Mezio (la prima fu donata a Remo Branca). Ai primi di settembre, dietro richiesta, fu consegnato un blocco di cinquanta carte alla redazione della Nuova Antologia, affinché l’inedito potesse cominciare a essere nella disponibilità del suo redattore capo, Antonio Baldini. Il 16 la rivista iniziò la pubblicazione a puntate. Nel maggio del 1937 l’opera uscì per i tipi della Treves con il titolo di “Cosma”. Da quel momento il testo conobbe vicende ed evoluzioni diverse. La collana Filologia della letteratura degli italiani della Edes ne propone ora, per la prima volta, l’edizione critica.

MOLTE VARIANTI. L’autografo, conservato a Nuoro presso la biblioteca dell’Isre, non reca né firma autografa né data. L’editore si è trovato dinanzi a numerose varianti che attestano un processo elaborativo ancora in svolgimento, per quanto non lontano dalla sua compiutezza. L’assenza di una redazione conclusa e definitiva è così diventata un’occasione preziosa per sorprendere, della scrittura deleddiana, evoluzioni rivelatrici. Anche per questo si è scelto il restauro testuale più conservativo.

LAVORO DI FORBICI. Dopo un’attenta analisi si è giunti alla conclusione che vi siano stati, in tempi diversi, gli interventi di almeno tre mani: della Deledda, di Sardus e di Baldini. Ad esse hanno corrisposto strumenti scrittori diversi. Sardus si fidava di Baldini, ma verosimilmente chiese, tra le condizioni, di partecipare al lavoro di revisione del testo e dopo la pubblicazione del primo fascicolo pensò all’edizione in volume. (...) La portata e la qualità degli interventi posti in essere dai curatori postumi Sardus e Baldini cambiarono, e non di poco, l’identità primitiva del testo. Il lavoro editoriale, infatti, non si limitò soltanto alle sviste, ma spesso si estese agli aspetti sostanziali e alla modifica dei contenuti con revisione, spesso arbitraria, del contingente lessicale. Questo orientamento correttorio, che partì dal manoscritto, conobbe il suo picco con Treves. Sia Sardus sia Baldini cercarono innanzitutto di regolarizzare e uniformare la voce narrante e il suo rapporto con la storia narrata. Fu infatti notato come in alcuni luoghi del testo la Deledda, “sempre obiettiva”, riportasse il discorso dalla terza alla prima persona, «tanto era vivido il ricordo». Ad esempio, la primitiva versione «anche per la nostra famiglia» fu corretta in «anche per la famiglia di Cosima» e «alla nostra piccola città» divenne «alla piccola città».

PAGINE CRUDE. Ad un altro livello si collocano invece gli interventi censori che in vario modo (attenuazioni, eufemizzazioni, vere e proprie espunzioni) andarono a mitigare una certa crudezza del racconto e alcuni chiari riferimenti a situazioni, fatti, persone, comportamenti considerati sconvenienti e inopportuni per ragioni – considerato il contesto storico – non solo personali (allusioni o richiami espliciti alla sessualità, all’alcolismo di Santus, ad atti di violenza, a furti, omicidi, nomi di banditi). Ad esempio, «la lezione d’autore viveva solo per lei e la famiglia, ma non poteva darle il piacere e la soddisfazione sensuale dei quali tutte le donne giovani hanno bisogno» fu dal figlio cambiata in «viveva solo per lei e la famiglia, ma non poteva darle la soddisfazione e il piacere dei quali tutte le donne giovani hanno bisogno».

UNA RAGAZZA DEL POPOLO. La frase «si diceva che già avesse un figlio, con una ragazza del popolo, bella ma di fama equivoca» fu emendata in «si diceva che già avesse un figlio, da una bella ragazza del popolo». L’originaria rappresentazione «beveva sempre più, e già cominciava ad essere alcoolizzato» fu da Sardus trasformata in «beveva». Ed ancora. La lezione della Deledda «Era Santus, con gli occhi azzurri velati dall’ubbriachezza, la lingua legata dal nodo del terribile vizio. In pochi giorni aveva speso i denari della famiglia, i risparmi della madre, e tornava quasi demente nella triste casa, per non ripartire più. Per misurare...» fu da Baldini drasticamente potata in «la lingua legata. Per misurare...» L’originaria versione «E nell’orto di Cosima, di notte, quando si sapeva che Andrea era con gli amici a giocare, o da qualche donna, che Santus dormiva ubriaco e la madre e le sorelle riposavano» diventò in Treves «E dell’orto di Cosima, di notte, quando si sapeva che la madre e le sorelle riposavano». Infine, il dettato originale «per aumentare il suo gregge. Scoperto, fu messo in carcere e condannato a una breve pena: invece di emendarsi, all'uscita del carcere cominciò a spacciare biglietti falsi: fu preso una seconda volta e, recidivo, condannato a una pena maggiore, dalla quale uscì in apparenza domato, e giurò a sua madre che se l'avessero preso un’altra volta si sarebbe impiccato in carcere. E fu di nuovo preso, poiché sorpreso di nuovo a rubare bestiame: e s'impiccò, in carcere» fu da Baldini emendato in «aumentare il suo gregge. Scoperto, fu punito».

CENTRI CONCENTRICI. Con “Cosima” si chiuse la parabola letteraria ed esistenziale della Deledda. Esso può essere considerato il suo romanzo-testamento, l’opera della rivisitazione e della riappropriazione insieme, del nóstos e de sa recuida, del ritorno con la memoria a Itaca, al cordone ombelicale mai reciso con la Madre-Terra, a un sentimento del tempo, quello dell’infanzia e dell’adolescenza, irrimediabilmente perduto. Il recupero finisce con l’inglobare, secondo la dinamica dei centri concentrici, la memoria familiare, sociale e storica di Nuoro. Il lettore è chiamato a condividere un viaggio a ritroso, fatto attraverso i sentieri della mente e dell’anima, grazie a un’opera di ripiegamento su se stessi, in un momento della propria vita in cui si avverte incombente l’approssimarsi della morte.

© EDES EDIZIONI, SASSARI, 2016

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