La Nuova Sardegna

Addio a Leonard Cohen, se ne va un poeta senza tempo

di Walter Porcedda
Leonard Cohen
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Leonard Cohen

Da “Suzanne” ad “Halleluja”, un percorso tra musica e ricerca interiore

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Il poeta del pessimismo, impeccabile dandy, raffinato cantore dell’anima, Leonard Cohen, ci ha lasciati. Come un grande attore, il musicista e poeta canadese è uscito di scena, ieri a Los Angeles, a 82 anni d’età, dopo aver licenziato una manciata di giorni fa l’ultimo disco capolavoro, quel “You Want It Darker” che suona come un lucido, intensissimo epitaffio, redde rationem di una vita esaltante, avventurosa e anche trasparente.

Scrittore diventato folksinger e persino, per una lunga parentesi, monaco buddista Zen, Cohen ha studiato filosofia, storia e religioni scandagliando i rapporti tra umanità e infinito, religione, solitudine e disperazione, ma anche la gioia del sesso. A sentirlo cantare dal vivo, la voce ruvida dai bassi profondi, muoveva emozioni suggerendo sentimenti interiori profondi. Le sue vicissitudini, d'arte e d'amore, gli alti e i bassi sono seminascosti nelle pieghe dei versi di canzoni incise dentro quattordici album registrati lungo una carriera fatta di felice ricchezza compositiva celebrata nel mondo dall'affetto solido di milioni di fans. Calice della vita bevuto sino in fondo. Quella stessa a cui guardava ormai – da tempo era malato e sofferente – con sereno distacco e atarassia, tanto da vederne in “prossimità” la fine, preparandosi con lucido disincanto («Sono pronto a morire», disse di recente, «spero solo che non sia scomodo il trapasso»).

Ecco come testimonia in modo luminoso l’ultimo anedotto privato. Tenero e profondo come le sue canzoni. Questa estate, alla fine di luglio, ricevette una lettera dalla sua musa, la norvegese Marianne Ihlen, incontrata nei Sessanta nell'adorata isola di Hydra e con cui visse una intensa storia d'amore di sette anni (gli ispirò la celebre “So long Marianne”). Ihlen, 81 anni, è a letto ammalata: nella missiva lo informa che la sua esistenza è giunta al capolinea. Cohen risponde di getto. «Marianne, è giunto il tempo in cui siamo diventati così vecchi che i nostri corpi stanno cadendo giù. Penso che ti seguirò molto presto». E aggiunge: «Sono talmente vicino, dietro di te, che se tendi la mano, credo potresti toccare la mia». Marianne si spense due giorni dopo aver ricevuto queste righe. L’incontro suo con Cohen ha qualcosa di casuale e magico. Come mitico era il luogo in cui avvenne, quell’isola che un giorno Cohen scoprì dopo essere sbarcato da un traghetto proveniente da Atene.

Hydra, fazzoletto proibito alle auto (c'è una foto in bianco e nero che ritrae Marianne e Leonard a dorso di mulo) dove sembrava che il tempo si fosse fermato dalle origini del mondo. Qui il cantautore acquistò una casa senza elettricità e acqua corrente eleggendo quell'angolo di Grecia a buen retiro. In quel momento ha ventisei anni ed è fuggito via dal grigiore londinese per scoprire il Mediterraneo. E in controluce, davanti ai raggi del sole, una silhouette in nero, lo vide per la prima volta Marianne mentre entrava in una bottega. Un attimo dopo Leonard la invitò a bere un bicchiere di retsina davanti al mare.

Fino ad allora Cohen, nato nel Quebec a Westmount in una famiglia ebrea, malato di letteratura e musica folk (fresco di apprendimento di chitarra fondò il gruppo dei Buckskin boys), aveva vissuto una parentesi in Inghilterra, da dove poi era volato via per Hydra. Qui scrisse poesie (la raccolta “Flowers for Hitler” è del 1964) e racconti ( “The favorite game” del 1963 e “Beautiful Losers” del 1966). E canzoni. Ne scrisse sempre di più attingendo a storie quotidiane, indagando sui sentimenti e mettendo a nudo il privato. E' ispirato da Yeats, ma anche da Whitman e dal poeta canadese Irving Letton. Approda al Greenwich di New York attorno al 1968, in pieno folk revival e la stella di Dylan già splendente. Fu Judy Collins a farlo esibire al festival di Newport dove il discografico John Hammond lo notò proponendogli un contratto. Esce così il primo “Songs of Leonard Cohen”.

Nella sua musica viaggiano le influenze yiddish ma anche gli echi della canzone francese, da Brel a Brassens, e poi il blues e il jazz. Brani poetici e visionari, distanti dalle atmosfere politiche di Dylan ma intense ed eleganti come poche. Da “Suzanne” a “The Stranger song”, “Hey The Way To Say Goodbye”, “Sister of Mercy” Cohen rivela un universo musicale inedito, che nel breve volgere del tempo conquista l’Europa per prima e poi il resto del mondo, grazie ad album straordinari, sempre di alto livello. Dischi mirabili come “Live songs”, “Recent Songs”, “Various Positions” dove incluse la popolare “Hallelujah”, “The future” i recenti “Old Ideas” del 2012, “Popular problems” e l’ultimo grandioso “You Want It Darker”, a suggello di una straordinaria vita d’arte e di poesia.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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