La Nuova Sardegna

Corpi che raccontano l’omosessualità

di Roberta Sanna
Corpi che raccontano l’omosessualità

Enzo Cosimi a Cagliari presenta la sua ode alla bellezza in “Corpus Hominis”

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CAGLIARI. Due corpi, uno giovane ed uno anziano, posti sotto osservazione sulla scena, messi a nudo. Non tanto nella nudità effettiva, ma richiesti della loro verità di esseri fisici, nel presente scenico e del pubblico. Richiesti di confrontarsi e affrontarsi testimoniando insieme la bellezza di mostrarsi ed essere come si è.

Il coreografo Enzo Cosimi, che appare solo per pochi attimi in scena, insieme ai performer Lino Bordin e al giovane cagliaritano Matteo Sedda, affronta con grande delicatezza e intelligenza in “Corpus Hominis” – seconda ode di una trilogia sulla bellezza e sulla diversità iniziata nel 2015 – il tema dell’omosessualità vissuta in età matura. Per indagare in senso storico ma soprattutto profondamente umano, quel tormentato percorso verso l’identità che in tanti hanno affrontato, dentro una società che non prevedeva identità ma finzioni, maschere, stereotipi. Tutti elementi buoni per definire, ovvero confinare, gruppi, generi, dimenticando le persone. E in questo stesso senso l’osservazione quasi entomologica alla luce del cellulare che il giovane è impegnato a fare del corpo elegantemente disteso su un drappo barocco, sembra andare a cercare in ogni cedimento del derma, in ogni segno del tempo biologico, una storia di fatica, dolore e conquista. Così come il guizzare di muscoli e impulsi di energia e vitalità, il rendersi visibili desiderabili e glamour come imperativo contemporaneo, animati di frenesia di vivere e godere del giovane, sembra acquistare pian piano, sotto lo sguardo pieno di consapevolezza dell’altro una coscienza più profonda.

Qualcosa che ha a che fare con la bellezza dello stare in sé stessi, che il corpo e lo sguardo di Bordin rimandano nella presenza in scena e nelle foto (di Lorenzo Castore) proiettate sullo schermo, nel suo viso che osserva, pacato e impassibile nel suo essere, dietro le fronde. Rapido, il montaggio video di Stefano Galanti attraversa come un flash decenni di lotte che con un lungo cammino hanno condotto all’oggi. E, forse, a quello sguardo. O a quella immagine della Pietà michelangiolesca che l’incontro dei due corpi forma plasticamente. Entrato nella “dark room”, tra ansiti e brontolii più simili alla voracità di fame atavica che al sesso, alternati nella colonna sonora a scariche musicali, il pubblico è l’osservatore che da questa camera oscura riceve la possibilità di sviluppare una propria consapevolezza, che sia di affinità o di separazione sarà scelta personale.

Salutati dai performer che ricevono i meritati applausi cinti da teli bianchi come in una sauna rigenerante, gli spettatori, liberi di restare o no, hanno l’occasione di ascoltare interviste a persone che raccontano col senno dell’età la loro omosessualità, i passi, i dubbi e le paure. E “la paura mangia l’anima”, ricorda un intervistato, citando Fassbinder. L’ultima frase dell’ultimo intervistato dice che sono rispetto, ascolto e solidarietà che fanno la coppia. Di qualsiasi sesso essa sia. Lo spettacolo è stato presentato per il Festival Autunno Danza nello spazio CArteC dei Giardini Pubblici.

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