La Nuova Sardegna

L’arte dell’attore sa ingannare la morte

In un’Europa tormentata dalla minaccia della guerra, Ferdinand Lieber, gigante della scena, passa di trionfo in trionfo

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Anticipiamo un brano del nuovo romanzo dello scrittore Alberto Capitta, “L’ultima trasfigurazione di Ferdinand” (247 pagine, 16,00 euro), che le Edizioni Il Maestrale mandano in libreria oggi.

* * *

Ferdinand Lieber aveva ventiquattro anni quando restò orfano di entrambi i genitori. Grazie ai sacrifici di sua madre era un avvocato adesso, anche se ben poco gli importava di quella professione. La sua unica passione restava il teatro, la scena, i drammi, la maschera. Niente lo interessava più di quel mondo di intrighi e di delitto. Una passione che lo spinse a trasferirsi a Parigi, così da poterla coltivare sera dopo sera, frequentando i teatri della città e ritornandosene alla sua camera a pensione di rue Perdonnet con la febbre della scena che lo teneva sveglio sino a notte fonda. Durante quelle ore ripassava, gesto dopo gesto, voce per voce, le tragedie a cui aveva assistito, il dormiveglia era attraversato da una carrellata di personaggi che si aggiravano per la stanza. A volte parlava latino svegliandosi di soprassalto nei panni di un qualche tribuno. A volte cercava di ricacciare quella persecuzione ficcando la testa sotto il cuscino ma se provava a dormire le presenze ritornavano a leccargli le palpebre. La mattina si svegliava distrutto ma ben deciso a farla finita con quella vita da incubo.

Le strade di Parigi. Lavorava presso lo studio dei fratelli Artois in rue des Gardes. Lo studio era ben avviato e grazie al tanto daffare Ferdinand durante il giorno non aveva il tempo per pensare ad altro. Sino al tardo pomeriggio era una sequela di pratiche da sistemare e di contenziosi da avviare. Ma la sera, quando il sole era calato da un pezzo e le strade di Parigi cominciavano ad animarsi, lui non poteva fare a meno di notare i capannelli di gente ferma fuori dai foyer dei numerosi teatri che incontrava lungo la via. E allora la febbre risaliva, più virulenta e aggressiva. Acquistava il biglietto come un vecchio alcolizzato che si getta sul bancone del bar implorando un cognac. Entrava nella sala un’ora prima dello spettacolo. Lo faceva per godersi l'attesa che centellinava seduto solitario in platea. Si guardava intorno affascinato dalle mura che conservavano intatta la luce del ’600, ammirava drappeggi e lampadari, ascoltava brusii e passi dietro il sipario chiuso, annusava la sala nel suo lento e progressivo affollarsi sinché le luci non si spegnevano e aveva finalmente inizio la magnifica finzione. Al termine, attraversava la città in preda alla solita esaltazione, i personaggi lo seguivano, sbucavano dalle siepi, venivano su dai fondali della Senna.

Davanti allo specchio. Arrivato alla sua camera camminava avanti e indietro eccitato, non riusciva a fermarsi prima di un’ora, riepilogava quanto poteva ricordare di ciò che aveva appena visto, provava a ripetere le battute davanti allo specchio, ma il goffo e patetico risultato lo induceva a smettere subito sussurrandogli tristi sentenze. Era acerbo, senza garbo, sprovvisto di una qualsiasi sostanza. Ben altro erano quegli altri, quegli attori padroni dei loro segreti, quei sapienti della morte e dell’inganno.

Cos’era lui al confronto? A volte se lo urlava in faccia con le parole di Sigismondo: «Chi sei? Da quale mondo vieni in questo triste mondo a turbare i miei occhi?»

– Ma dormi, scemo – gli rispondevano con altrettante urla i vicini bussando alla parete.

Cunicoli e sottopalchi. Quando gli era permesso visitava i teatri di giorno. Amava vedere le scene sollevarsi, le navi da guerra spinte dagli attrezzisti o i pittori appesi in cielo a dare gli ultimi ritocchi alle brume del Purgatorio. Ma ciò che più di ogni altra cosa amava fare era addentrarsi per cunicoli e sottopalchi e contemplare in perfetta solitudine le carrucole e gli ingranaggi che per secoli avevano fatto risalire i morti dalle loro tombe. Là, nel cuore del sistema, Ferdinand perdeva la sua pace, là scorreva il sangue della scena, non quello dei patiboli ma uno più oscuro e misterioso, dello stesso sapore di quello che gli aveva fatto mangiare suo padre quando per un travestimento gli aveva fatto saltare un dente a schiaffi. Era il sangue dei teatranti, la ferita che chiedeva di essere ricomposta di giorno e di sera riaperta. Lui ne sentiva il prurito pur non sapendo ancora come e dove cercarla. Trovarla avrebbe significato arrivare alle sorgenti del pianto, alle origini dell’estasi e dell'abbandono, alla stella primordiale nel cui braciere si consumano le nostalgie e gli uomini bruciano coi loro rimorsi e le loro visioni.

Dito nella piaga. Questo percepiva Ferdinand mentre s’aggirava per i sottopalchi dei teatri di Parigi. Ma non era che una percezione, appunto, e per di più troppo vaga e remota perché lui potesse sperare di arrivare un giorno a rimestare il dito nella piaga. Quel giorno era ancora lontano. Per il momento doveva accontentarsi di quell’osservare ed esplorare. Era ciò che faceva. Con un po’ di fortuna, se trovava la porta di un camerino socchiusa poteva scrutare la solitudine degli attori, questo gli era concesso, aggirarsi per il labirinto di corridoi e di tanto in tanto scorgerli, raccolti come monaci nelle loro celle, a cercare in se stessi una ragione per suicidarsi o per tradire.

La voce degli elfi. Tornato alla sua camera provava come sempre a farsi largo nel garbuglio di una gestualità scialba e inetta o a cercare in fondo a sé l’eco di una voce meno trista. Una sera, cimentandosi in uno di questi tentativi, recitò:

– Voi elfi dei colli… – la voce non gli sembrò poi tanto male questa volta; dunque riprese: – Voi elfi dei colli, dei rivi, eccetera, no così no riproviamo, – e ancora: –Voi elfi… – ma non andò oltre. Il muro che aveva di fronte gli sembrò di gran lunga più espressivo. Non aveva niente dell’attore, si sentì un idiota.

Notti insonni. Andò a letto senza cenare. Ma non dormì subito; restò a pensare per oltre due ore. All’una si alzò, andò alla tavola e si versò dell’acqua, l’acqua fredda gli procurò un violento crampo allo stomaco. Tornò a letto e si raggomitolò con un cuscino sulla pancia e una smorfia nella bocca. No, così non poteva andare avanti, aveva bisogno di un maestro, qualcuno che gli facesse scuola. Il dolore cominciò a diminuire poco prima dell’alba. Ma la smorfia rimase. Se solo avesse potuto vedersi con quella maschera stampata sulla faccia. Quella, sì, era una grande interpretazione.

© 2016 EDIZIONI IL MAESTRALE

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