«Solo un poeta può salvare i giovani»
Lo scrittore e il “suo” Giacomo Leopardi, che tra i best seller ha superato anche “Harry Potter”
MILANO. Se un saggio su Leopardi scalza Harry Potter nella classifica dei libri più venduti, vuol dire che il suo autore, Alessandro D'avenia, è un Maestro. Con “L'arte di essere fragili. Come Leopardi può salvarti la vita” (Mondadori) - già diventato una pièce teatrale di successo - il professor D'avenia toglie la polvere dal mezzobusto del più grande poeta dell'Ottocento, gli scrive una lunga lettera e lo riporta in vita, gli rinfonde sangue nelle vene e riaccende le sue speranze, la sua magia di adolescente. Ed ecco che “Giacomo” diventa un faro ma anche uno di noi: la sua sete di vita e di infinito è la stessa che fa battere forte il cuore ai ragazzi nati duecento anni dopo. D'avenia non ci sta a considerarlo pessimista e sfortunato, anzi: può salvare la vita di un adolescente. Può indicare la via anche ad un adulto, quando la bellezza della vita è confusa con un ottuso desiderio di potere-potenza, di successo per il successo. Ne abbiamo parlato con l'autore.
Perché ha scelto di parlare attraverso una lunga lettera a Giacomo Leopardi?
«Oggi non contano le persone ma i risultati che possono dare. In ambito scolastico conta più della vita dei ragazzi la burocrazia e il programma. In tanti abbandonano la scuola perché hanno valore solo i like di Facebook e si è sempre all'arrembaggio. La grandezza di Leopardi ha superato persone che si erano dimostrate forti al suo tempo. La sua fragilità è stata la sua grandezza. Non è un caso che avrebbe voluto scrivere un'opera intitolata “Lettera a un giovane del XX secolo”. Aveva capito che cosa avremmo perso».
Lei vede le età della vita come altrettante forme d'arte. Perché?
«C'è la possibilità - facendo l'insegnante, il panettiere, il genitore, e qualsiasi lavoro onesto - di trovare poesia nella quotidianità. Cerco di cogliere, con l'aiuto di Leopardi, l'arte che c'è in ogni tappa della vita senza per questo nasconderne fatiche e fallimenti. Il filo rosso che ho trovato nel raccontare le età della vita attraverso Leopardi è il continuo trasformare le fragilità di ogni tappa nel punto di forza. Leopardi ci consegna l'immagine bellissima e fortissima della ginestra che fiorisce e consola il deserto che ha intorno con il suo profumo e la sua bellezza nonostante la distruzione che ha intorno. Ci dice di non utilizzare le difficoltà della vita come alibi per fuggire, ma come ispirazione per farne qualcosa di più grande».
La Ginestra parla della crudeltà della natura che non si cura dei propri figli?
«La natura indifferente è quella lava che esce dal Vesuvio e che tutto distrugge ma l'uomo si erge eroicamente, come la ginestra, fiorendo. Non parla di un eroismo basato su un testa a testa con la Natura che ci ridimensiona subito - siamo piccoli verso quel gigante che Leopardi guardava con assoluto stupore quando osservava le stelle, la luna - ma ci dice che nonostante l'indifferenza della natura alla nostra vita noi possiamo sempre fiorire. Un messaggio di libertà e potenza che coinvolge tutte le età della vita».
Lei parla di pazienza e passione. Ma oggi è vincente il “tutto e subito”. Perché?
«Spesso ciò che insegniamo va nella direzione opposta alla lentezza: gli strumenti che teniamo in mano ci collegano immediatamente al mondo e siamo abituati a pensare che tutto si possa raggiungere con un click. Ma se io ho mille amici su Facebook, nella realtà quelli su cui posso contare quanti sono? Abbiamo bisogno di ridare alla vita la sua dignità e la sua lentezza».
Una parte del suo libro parla del rapimento che ci prende, della chiamata ad essere qualcuno. Che cos'è?
«Leopardi ha solo 19 anni quando nel vedere la bellezza di una primavera recanatese capisce che vuole diventare poeta. Dove c'è uno spettacolo di bellezza c'è anche verità e tutta la vita ha lottato per tenerle insieme. Scrive a uno degli intellettuali del tempo, Pietro Giordani, chiedendogli consiglio. Un ragazzo della periferia dello Stato Pontificio all'inizio dell'Ottocento che si prende la briga di scrivere una lettera a un grande. Giordani gli risponde «devi occuparti per vent'anni di prosa e poi forse potrai dedicarti alla poesia». Ma lui riscrive «sarebbe peccato mortale lasciar passare quest'ardore di gioventù», e diventa subito poeta. Due anni dopo avremo “L'Infinito”. Nella vita di ciascuno di noi c'è un momento in cui questo ardore si presenta. La sfida è essergli fedeli».
Oggi viviamo nel culto dell'eterna adolescenza: per sempre giovani e pieni di possibilità. Perché?
«Quando un'epoca si ossessiona con una parola è perché la sta perdendo. L'adolescenza non è più quel laboratorio di scoperta dell'unicità di ciascuno di noi. Tale scoperta deve servire come base per impegnarsi nella vocazione che si è intuita. Oggi si pensa che la libertà sia tenere tutte le possibilità aperte, ma l'odierna sindrome di Peter Pan è un inganno. È l'adolescenza che si vendica per non essere stata impegnata nel futuro».
C'è nel suo Leopardi un invito all'eccesso. Oggi è un concetto più legato all'autodistruzione che alla crescita. Com'è possibile?
«L'eccesso con cui l'adolescenza distrugge se stessa è lo stesso che si può impegnare per fare cose grandi. Gli eccessi dei ragazzi non sono altro che surrogati dell'eccesso che nella vita non trovano più. Quindi si eccede nell'ebbrezza, nella fuga dalla realtà».
Il buon insegnante, secondo lei, più che instillare il dubbio deve indirizzare verso la libertà. Cosa intende?
«Non si tratta di oscillare tra dubbi e certezze che ci fanno diventare pendoli, ma persone aperte alla vita con domande che rimangano sempre vive. Poi la vita si incaricherà di dare le risposte. Per me significa scegliere tra schiavitù e libertà, essere aperto con domande fuori da schemi e ideologie. Così la vita uno se la gioca ed è veramente libera».
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