La Nuova Sardegna

La speranza di Samia perduta nel mare

di Grazia Brundu

“Il grande viaggio” della compagnia S’Arza ha aperto “Isola dei teatri”. Una giovane migrante e il sogno delle Olimpiadi

2 MINUTI DI LETTURA





SASSARI. Samia andava veloce, anzi correva. Aveva iniziato in Somalia, il suo paese. La corsa era la sua passione, e le passioni non le frenano nemmeno i dettami degli estremisti religiosi. A diciassette anni i suoi piedi veloci l’avevano portata alle Olimpiadi di Pechino 2008, dove era arrivata ultima. Pazienza: era diventata comunque un simbolo per le donne musulmane, prima che il suo slancio colasse tragicamente a picco, qualche anno dopo, su una “carretta del mare” diretta in Europa.

Dalla storia vera di questa atleta ragazzina prende spunto “Il grande viaggio”, il nuovo lavoro del regista sassarese Romano Foddai e della sua compagnia, il Teatro S’Arza, presentato in apertura della ventunesima edizione di “Isola dei teatri”. Si tratta del secondo capitolo di una trilogia sulle religioni e sul messaggio d’amore che, per il regista, dovrebbe accomunarle, iniziata l’anno scorso con l’ebraismo e adesso passata al mondo musulmano.

Il testo nasce in collaborazione con Renata Molinari e prova ad intrecciare il tema della migrazione con il misticismo musulmano, filtrato attraverso Gurdjeff e le poesie di Jalal al-Din Rumi, il fondatore dei Dervisci rotanti. In scena, stretti tra loro in un ambiente claustrofobico che si indovina come l’interno di un container, ci sono Maria Paola Dessì, Stefano Petretto e Silvano Vargiu: tre profughi di varie provenienze, in attesa di essere caricati su una nave che dovrà portarli in Europa. Uno di loro (Petretto) è stato realmente amico di Samia, prima di tradirla per militare in un gruppo terroristico, e adesso, tra rimorso e nostalgia, racconterà agli altri due la storia della ragazza. Dalla situazione iniziale l’azione si sviluppa attraverso una serie di flashback pieni di brio e di piccoli bozzetti, che riescono meglio quando puntano sui toni grotteschi piuttosto che su quelli intimistici, sottolineati dalle luci di Toni Grandi e dalle musiche (audio di Emilio Foddai) che fanno la spola tra gli Area e brani mediorientali. L’inizio, nella sua essenzialità, è tra le parti più intense dello spettacolo.

L’unico oggetto scenico utilizzato dagli attori, qui, è un enorme drappo scarlatto che evoca, di volta in volta, la vitalità della corsa (il personaggio di Vargiu vorrebbe entrare a far parte della squadra dei rifugiati alle Olimpiadi), le catene che limitano la libertà individuale, le onde del mare che separano dalla libertà e i sacchi di plastica che troppo spesso racchiudono i corpi senza vita dei migranti.

Poi, piano piano, attraverso la rievocazione dei passati individuali di ognuno dei protagonisti, l’impianto drammaturgico cambia registro e il viaggio, da fisico, si trasforma in una ricerca interiore e di comunicazione con gli altri.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Il raid

Undici furgoni a fuoco nella notte: attentato contro un’azienda logistica del sud Sardegna – Le indagini

Le nostre iniziative