«Nel cielo pieno di stelle c’è la lezione di mio padre»
Cristiano De André in Sardegna per parlare del suo libro “La versione di C.” «Vorrei potergli dire che il suo messaggio è ancora importante per i giovani»
SASSARI. «Se fosse ancora qui, gli vorrei dimostrare che su una cosa, almeno, si sbagliava. Lui mi ha detto tante volte: “Io ho scritto contro la guerra, mi sono schierato con i più deboli, eppure tutto quello che ho fatto non è servito a niente”. Io invece gli potrei raccontare che ai concerti del tour “De André canta De André”, dove propongo le sue canzoni con nuovi arrangiamenti, vedo tanti ragazzi di sedici anni per i quali lui rappresenta un appiglio in questo buio esistenziale».
Cristiano risponde così a chi gli chiede cosa avrebbe voglia di dire, oggi, a suo padre Fabrizio, andato via diciassette anni fa nello stesso mese della sua indimenticabile “Preghiera in gennaio”. Si può essere più o meno d’accordo con lui sul potere della musica di cambiare le coscienze. E anche sulla necessità di ritoccare canzoni già perfette. Però è difficile non avere provato almeno una volta, nei confronti del proprio padre, quel suo stesso groviglio di sentimenti: nostalgia, emulazione, desiderio di vedere riconosciuto il proprio valore e allo stesso tempo, a ruoli invertiti, di proteggere e consolare. Sono le stesse emozioni che Cristiano De André racconta nel libro “La versione di C.” (Mondadori), scritto insieme a Giuseppe Cristaldi, e presentato nei giorni scorsi a Cagliari, Arzana, Sassari e Tempio per il festival letterario diffuso “Èntula”.
Un’autobiografia voluta per correggere «quelle tante versioni di me in circolazione, quasi sempre sbagliate e brutali», racconta Cristiano, che non nega i «tanti inciampi della mia vita, tra cui la droga», ma non ci sta a passare per il solito figlio ribelle di una leggenda. Anche perché da anni – adesso ne cinquantaquattro e una purezza nello sguardo che i repentini cambi d’umore non riescono a offuscare – ha dimostrato di essere un ottimo musicista. Oltre che autore di lavori originali e, prossimamente, di «un’opera rock e di un nuovo libro». “La versione di C.” è fatta di sole e di nuvole, di rabbia e nostalgia, ma «non attacca nessuno», spiega Cristiano, ed anzi è un modo per «rinunciare a quei capri espiatori che tutti ci creiamo per non assumerci le nostre responsabilità».
Dentro ci sono scontri furibondi tra padre e figlio, episodi legati all’alcolismo di Fabrizio De André che non sempre gli permetteva di essere un padre presente, ed altri di grande complicità in cui i ruoli smettono di essere gerarchici e diventano paritari. Alcuni momenti sono ambientati a Portobello in Gallura, e Cristiano ci tiene particolarmente perché gli permettono di correggere una vulgata che accosta immancabilmente Fabrizio De André a un altro luogo della Gallura, la tenuta dell’Agnata. E invece, spiega, «l’inizio in Sardegna, la prima casa, è stata proprio a Portobello. È qui che vivevano mio padre e mia madre, che – precisa sornione – non è Dori Ghezzi, come molti pensano, ma Enrica Rignon. Ed è qui che, quando ero bambino, venivano tutti gli amici di mio padre: Paolo Villaggio, Ugo Tognazzi, Marco Ferreri, e nascevano le gag della commedia all’italiana. Ed è sempre qui che un giorno mio padre, indicandomi il cielo pieno di stelle, mi ha detto: è lassù che puoi leggere il passato».
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