I paesi invisibili dell’isola negli scatti di Vassallo
A Cagliari fino al 6 gennaio la mostra del fotografo di Olbia sullo spopolamento Un percorso in bianco e nero di tre stanze che si conclude con il video del viaggio
CAGLIARI. Un doppio orizzonte accoglie il visitatore della “Città invisibile” di Gianluca Vassallo: quello del mare che ovunque segna il confine e quello delle colline che accompagnano il viaggio nell'entroterra, interminabili profili curvi, appena interrotti da un albero solitario. La mostra fotografica e il video che compongono l'installazione allestita nella sede della Fondazione Banco di Sardegna, in via S. Salvatore da Horta 2 dove resterà fino al 6 gennaio 2017, (ore 10-13; 15-19), è parte di uno studio sullo spopolamento dei paesi sardi che ha portato Vassallo a visitare dieci paesi in dieci giorni.
A Bortigiadas, Nughedu, Giave e negli altri luoghi dove l'artista è intervenuto fotografando in bianco e nero vie e case, per poi restituire alla comunità, nello stesso giorno, alcune immagini stampate in formato gigante e disposte nei punti prescelti. “La citta invisibile” si sviluppa in tre stanze che accolgono le immagini lungo un percorso che si conclude davanti al video del viaggio, montato come un'unica sequenza con le voci degli intervistati e una musica in crescendo, struggente di malinconia. La stanza degli orizzonti sfalsati è un puzzle di foto che raccoglie dettagli di case e di strade quasi sempre vuote e solo poche abitate. Gli scatti rivelano simmetrie interne, una ricorrenza di segni isolati dalla materia che diventa disegno nei contorni delle figure ma nel senso rimanda sempre all'attesa, all'affacciarsi alla finestra, una persiana chiusa, un muro sbertucciato, un'assenza, un vuoto. E le bandierine della festa che s'immagina finita sono più solitarie della biancheria intima stesa in buon ordine che almeno dicono che qualcuno sia ancora lì ad indossarle. La seconda stanza assembla ritratti: primissimi piani che guardano l'obiettivo, sguardi inesorabili di vecchi, bambini, ragazzi. Con le mani in mano, a pregare o piegare un non so che di appunti, conti, tra santi e ritratti di parenti lontani, oppure persi a guardare l'orizzonte da un muro, una gradinata. Qui nulla si contestualizza, nulla dice dove siamo, al più dove potremmo andare, verso il mare.
La terza stanza ospita solo tre grandi ritratti: un vecchio, una vecchia, un giovane col piercing sul sopracciglio, immagini dilatate, bruciate da una feroce sovraesposizione, hanno la stessa espressione immobile. Alla quarta stazione il visitatore indossa le cuffie e ascolta le voci della “città invisibile” guardando le immagini a colori che scorrono oltre le vetrate. Il viaggio di Vassallo ha un andamento circolare, apre e chiude sul mare e il ritmo delle onde lascia il passo allo scorrere del paesaggio su strade deserte, fin dentro i paesi. Le voci della città invisibile si rincorrono uguali «qui non c'è nulla; non c'è nulla da fare; non c'è altra scelta; se uno ha famiglia non c'è speranza qui; siamo quattrocento abitanti con 54 case vuote; prima si lavorava la terra ora vogliono il posto fisso... tra 25 anni non ci sarà più nessuno, come un terremoto». La comunità vive nelle processioni, nella preparazione della sagra, al bar dove tutti si ritrovano la sera «perché altro posto non c'è». Anche quando si sdoppia in due metà l'immagine non cambia di segno e, più che rabbia, trasmette il dolore sordo di chi sa cosa significa lasciare la propria terra senza libera scelta. «A chi sta fuggendo dico: ferma! I pensieri ti inseguono. A chi parte e si gira indietro dico: torna, perché io qui voglio restare» dice invece una ragazza. Le fa eco un bimbo: «Il paese è piccolo, ma mi diverto sempre a giocare, solo mi dispiace che ci sono pochi bambini. Mi ricordo che prima babbo doveva partire e mi mancava tanto».
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